L’analisi di Raniero La Valle, apparsa recentemente sulla rivista MicroMega, sottolinea l’asservimento della Repubblica (e qui intendiamo la democrazia e tutto ciò che ne
dipende) al Mercato (con l’iniziale
maiuscola per indicare non un'astrazione solamente ma una strategia di uomini al
potere, fisicamente contro la Repubblica): mi pare un pensiero assolutamente condivisibile
e meritevole di un approfondimento culturale e di uno sbocco pratico nelle sedi
dove è possibile praticare la democrazia, partiti e piazze comprese.
Ve la propongo, anche se un po’
lunga per un blog ma ne vale la pena, e vi invito a commentare.
DOVE VA LA REPUBBLICA?
La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al
giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica,
sicché ne sarebbe urgente la riforma?
No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la
crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la
Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine
economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei
cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo
fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art.
4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio
storico e artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una
famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre
provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica
non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il
valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il
diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi
sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed
altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e
applicazioni (art. 35), e così via.
Tutto questo invece non accade perché l’Italia è
passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un
regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è
accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia
invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del
profitto.
Perché questo passaggio di consegne fosse totale e
irreversibile le forze politiche, tradendo il mandato costituzionale, hanno
fatto a gara per privare la Repubblica sia delle risorse finanziarie (le tasse
da evadere) sia degli strumenti operativi (Enti di Stato, partecipazioni
industriali, piani di sviluppo) sia della stessa legittimazione a intervenire
nella vita economica e a fronteggiare le crisi con le politiche di bilancio.
Sicché se anche nuove maggioranze e nuovi governi volessero ripristinare il
ruolo e le finalità dell’azione pubblica, non potrebbero perché la Repubblica
nel frattempo è stata resa del tutto impotente a rimuovere gli ostacoli, a
rendere effettivi i diritti, a garantire, tutelare, promuovere, agevolare,
proteggere, cioè a compiere quelle azioni che corrispondono a tutti i verbi con
cui nella Costituzione sono definiti i suoi compiti. E se tale impotenza è
stata per lungo tempo la conseguenza di una cattiva politica, ora con il
rigorismo liberista del governo Monti e l’avallo degli altri poteri, diverrà un
obbligo, frutto di una modifica strutturale dell’ordinamento e di una nuova
definizione della Repubblica. La modifica, in quattro e quattr’otto dell’art.
81 della Costituzione sul pareggio di bilancio ne è il primo segnale.
Invece di porre rimedio a tutto ciò, la riforma
costituzionale a cui stanno lavorando i tre partiti che mediante i tecnici
governano oggi l’Italia, tende a rendere insindacabile il potere politico e a
mettere il presidente del Consiglio al riparo dalla sfiducia delle Camere, cioè
a vanificare il più tipico e decisivo istituto della democrazia parlamentare.
L’accordo su cui si discute all’apposita Commissione
del Senato, sulla base di un testo unificato presentato il 18 aprile scorso dal
relatore Vizzini, prevede, per ingraziarsi la plebe, un’irrisoria e casuale
diminuzione del numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati e da 315 a 254
senatori), ma per il resto comporta tre riforme destinate a cambiare la figura
dello Stato.
La prima consiste nel confermare il bicameralismo, con
due Camere ambedue elette a suffragio universale e quindi aventi la stessa
dignità, ma con una gerarchia di competenze inegualmente distribuite tra loro e
una rottura per materie dell’unicità delle fonti della legislazione e quindi
dell’unità dell’ordinamento; la seconda consiste in una torsione
presidenzialistica e leaderistica del sistema di governo, con un presidente del
Consiglio provvisto di investitura popolare, dotato del potere di chiedere la
nomina e la revoca dei ministri, e unico destinatario della fiducia del
Parlamento, che sarebbe chiamato a votare per lui e non per l’intero ministero;
la terza consiste nel rendere impraticabile il meccanismo della sfiducia: che
potrebbe essere votata solo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza
assoluta sia dei deputati che dei senatori, ciò che sta a significare la
solennità, l’eccezionalità e l’implausibilità dell’evento; né le Camere
potrebbero votare impunemente contro una legge su cui il governo ponesse la fiducia,
senza cadere nella tagliola dello scioglimento che in tal caso il presidente
del Consiglio farebbe scattare nei loro confronti; né potrebbe darsi sfiducia
al capo del governo se non grazie a un ribaltone perfettamente organizzato
dalla sua stessa maggioranza, con la contestuale indicazione di un altro
presidente del Consiglio.
Sembra impossibile che i tre partiti possano fare
insieme appassionatamente una tale riforma, così divisi e diversi come sono. In
ogni caso occorre vegliare e resistere.
Raniero La Valle
(6 maggio 2012)










