giovedì 31 maggio 2012

DALLA REPUBBLICA AL MERCATO: APPROPRIAZIONE INDEBITA


L’analisi di Raniero La Valle, apparsa recentemente sulla rivista MicroMega, sottolinea l’asservimento della Repubblica (e qui intendiamo la democrazia e tutto ciò che ne dipende) al Mercato (con l’iniziale maiuscola per indicare non un'astrazione solamente ma una strategia di uomini al potere, fisicamente contro la Repubblica): mi pare un pensiero assolutamente condivisibile e meritevole di un approfondimento culturale e di uno sbocco pratico nelle sedi dove è possibile praticare la democrazia, partiti e piazze comprese.
Ve la propongo, anche se un po’ lunga per un blog ma ne vale la pena, e vi invito a commentare.

DOVE VA LA REPUBBLICA?
La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica, sicché ne sarebbe urgente la riforma?
No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art. 4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), e così via.
Tutto questo invece non accade perché l’Italia è passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del profitto.
Perché questo passaggio di consegne fosse totale e irreversibile le forze politiche, tradendo il mandato costituzionale, hanno fatto a gara per privare la Repubblica sia delle risorse finanziarie (le tasse da evadere) sia degli strumenti operativi (Enti di Stato, partecipazioni industriali, piani di sviluppo) sia della stessa legittimazione a intervenire nella vita economica e a fronteggiare le crisi con le politiche di bilancio. Sicché se anche nuove maggioranze e nuovi governi volessero ripristinare il ruolo e le finalità dell’azione pubblica, non potrebbero perché la Repubblica nel frattempo è stata resa del tutto impotente a rimuovere gli ostacoli, a rendere effettivi i diritti, a garantire, tutelare, promuovere, agevolare, proteggere, cioè a compiere quelle azioni che corrispondono a tutti i verbi con cui nella Costituzione sono definiti i suoi compiti. E se tale impotenza è stata per lungo tempo la conseguenza di una cattiva politica, ora con il rigorismo liberista del governo Monti e l’avallo degli altri poteri, diverrà un obbligo, frutto di una modifica strutturale dell’ordinamento e di una nuova definizione della Repubblica. La modifica, in quattro e quattr’otto dell’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio ne è il primo segnale.
Invece di porre rimedio a tutto ciò, la riforma costituzionale a cui stanno lavorando i tre partiti che mediante i tecnici governano oggi l’Italia, tende a rendere insindacabile il potere politico e a mettere il presidente del Consiglio al riparo dalla sfiducia delle Camere, cioè a vanificare il più tipico e decisivo istituto della democrazia parlamentare.
L’accordo su cui si discute all’apposita Commissione del Senato, sulla base di un testo unificato presentato il 18 aprile scorso dal relatore Vizzini, prevede, per ingraziarsi la plebe, un’irrisoria e casuale diminuzione del numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati e da 315 a 254 senatori), ma per il resto comporta tre riforme destinate a cambiare la figura dello Stato.
La prima consiste nel confermare il bicameralismo, con due Camere ambedue elette a suffragio universale e quindi aventi la stessa dignità, ma con una gerarchia di competenze inegualmente distribuite tra loro e una rottura per materie dell’unicità delle fonti della legislazione e quindi dell’unità dell’ordinamento; la seconda consiste in una torsione presidenzialistica e leaderistica del sistema di governo, con un presidente del Consiglio provvisto di investitura popolare, dotato del potere di chiedere la nomina e la revoca dei ministri, e unico destinatario della fiducia del Parlamento, che sarebbe chiamato a votare per lui e non per l’intero ministero; la terza consiste nel rendere impraticabile il meccanismo della sfiducia: che potrebbe essere votata solo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza assoluta sia dei deputati che dei senatori, ciò che sta a significare la solennità, l’eccezionalità e l’implausibilità dell’evento; né le Camere potrebbero votare impunemente contro una legge su cui il governo ponesse la fiducia, senza cadere nella tagliola dello scioglimento che in tal caso il presidente del Consiglio farebbe scattare nei loro confronti; né potrebbe darsi sfiducia al capo del governo se non grazie a un ribaltone perfettamente organizzato dalla sua stessa maggioranza, con la contestuale indicazione di un altro presidente del Consiglio.
Sembra impossibile che i tre partiti possano fare insieme appassionatamente una tale riforma, così divisi e diversi come sono. In ogni caso occorre vegliare e resistere.
Raniero La Valle
(6 maggio 2012)




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sabato 26 maggio 2012

BERTONE CONTRO BENEDETTO


Non sono tempi tranquilli per i cattolici in genere e per i cattolici italiani in particolare. Nerissime nubi si addensano sui cieli vaticani preconizzando abbondante grandine. Non basteranno ombrelli e ombrelloni se non si porrà, per tempo, un rimedio sicuro, un riparo.
Riflettendo, con la pacatezza adeguata alle cose vaticane, su quanto successo di recente al di là del Tevere, ci accorgiamo immediatamente che qualcosa non va per il suo verso.
Vi riporto qualche aneddoto di dominio pubblico e, per non tediarvi su cose ormai note, mi basterà solo un accenno; mi limito a quattro episodi emblematici e non di poco conto visto il riflesso negativo sulla comunità cattolica.
DINO BOFFO, praticamente silurato da direttore di Avvenire, il giornale dei Vescovi, per una velina recapitata al giornale di famiglia del Silvio nazionale, con la quale gli si addebitavano pratiche omosessuali accompagnate a molestie alle persone. Autori della velina restano sconosciuti, anche se, su parte della stampa, si tenta un profilo somigliante a Giovanni Maria Vian, l’attuale direttore dell’Osservatore Romano. Un derby: curia romana (a capo della quale letteralmente troneggia il Cardinal Tarcisio Bertone) contro vescovi italiani.
CARLO MARIA VIGANÒ, Arcivescovo, Segretario del Governatorato vaticano, rimosso e “promosso” Nunzio apostolico a Washington. Motivo nascosto: la denuncia da parte del porporato di corruzione negli appalti e in alcuni settori amministrativi vaticani. Esecutore materiale della rimozione e successiva promozione (pura ironia) il Segretario di Stato Cardinal Tarcisio Bertone.
L’AUTORITÀ DI INFORMAZIONE FINANZIARIA, viene istituita, coraggiosamente, da Benedetto XVI con lo scopo di introdurre lo IOR, la banca vaticana, nella cosiddetta “lista bianca” del sistema bancario internazionale così da rendere trasparente, per il passato e per il futuro, ogni operazione economica e finanziaria. Cosa assolutamente apprezzabile. Ma ecco che il Segretario di Stato, Cardinal Tarcisio Bertone, non apprezza la trasparenza sul passato e mortifica le funzioni dell’Authority e, conseguentemente, le prospettive di aderire alla citata “lista bianca”. Cosa aveva da temere?
ETTORE GOTTI TEDESCHI è l’interprete del quarto episodio che vi voglio accennare. Banchiere, presidente della banca vaticana è stato cacciato via (il termine ufficiale è: sfiduciato) come un malfattore. Motivo presunto: resistenza all’operazione di salvataggio da parte del Vaticano dell’Ospedale San Raffaele, spasmodicamente sponsorizzata dal solito Cardinal Tarcisio Bertone.

Come vedete, dietro a ciascun episodio spunta la mano del salesiano segretario di stato Cardinal Tarcisio Bertone e sempre dalla parte del torbido.
Quale sarebbe il rimedio? Difficile a dirsi per le cose della curia vaticana ma certamente il pensionamento del più volte citato Cardinale, che per molti è l’anima nera del vaticano, porrebbe fine, credo, a questa doviziosa distribuzione di veleni che ammorbano la carne e lo spirito del popolo di Dio e porrebbe fine alla negativa pubblicità che a livello cosmico si è abbattuta su questo Papa che, me ne dispiace, mostra una debolezza quasi colpevole.
Se vogliamo ben vedere, ciò che appare è un altro derby: “B vs B”, Bertone contro Benedetto. Ma chi perde è sempre il popolo.




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venerdì 25 maggio 2012

UNA POLITICA ESTREMA PER PIGRI E LAGNOSI


Che noi italiani fossimo degli strani, non è cosa nuova e nemmeno tanto scandalosa. Non è nemmeno nuova e scandalosa, ma sicuramente più dolorosa, l’idea connaturata in noi italiani che è bello autoinfliggersi le martellate sugli zebedei. Siamo fatti così, se non soffriamo non ci apprezziamo.
Questa perla di saggezza mi viene dopo aver letto, di prima mattina, un paio di articoli su un paio di giornali nazionali. Non essendo dedito alla bestemmia come intercalare, mi è venuto naturale snocciolare un rosario di parolacce da far allibire il più incallito camallo genovese.
Montezemolo vuole scavalcare Berlusconi rubandogli i moderati; Monti promette gli eurobond prossimi venturi in attesa che si raffreddino le spoglie mortali dell’Angelina Merkel; il nostro Angelino Alfano (ognuno ha l’Angelino/a che si merita) tra le lacrime e le bastonate promette impossibili fuochi d’artificio; Lusi snocciola i nomi di coloro che hanno preso la “paghetta” attingendo da soldi pubblici (ne vedremo delle belle); Maroni, il vergine (nelle narici, forse), ci vuole far credere che la Lega non si presenterà in parlamento alle prossime elezioni politiche; Grillo urla e impreca per cavalcare lo scoramento generale “…sentendosi come Gesù nel tempio…”; tutti quelli che contano sono presenti al funerale di un sindacalista morto nel 1948; la Camera respinge, chissà perché, la proposta dell’Italia dei Valori che intendeva negare i fondi ai partiti che candidano degli impresentabili; la Fornero, dio la stramaledica, vede solo licenziamenti; e potrei continuare fino a domani mattina senza prendere fiato.
Ci appassioniamo, così, nel sentire che una formazione politica potrebbe non andare alla competizione elettorale e mettere sul piatto le proprie idee e le proprie soluzioni per un Paese migliore, come se il Parlamento ci fosse, per natura, nemico.
Ci sentiamo d’accordo con il tragicomico, e resta tale, Grillo quando sfida il mondo politico rinunciando ai rimborsi elettorali (ora che non ne ha diritto) come se i rimborsi (non questi e in questa quantità, ovviamente) non fossero invece l’antidoto al dominio delle lobby e di finanziatori interessati.
Insomma, ci esaltiamo per ogni cosa estrema.
Tutti noi siamo schifati da un Parlamento che vediamo pieno di ladri, mafiosi, fannulloni, voltagabbana, inetti e vogliamo tutti, come soluzione, chiuderlo autoinfliggendoci, appunto, le martellate sugli zebedei.
A me parrebbe invece che esiste una soluzione semplice semplice che è in armonia con la costituzione, con la democrazia, con la trasparenza nella vita pubblica, con il raziocinio, con il welfare, con il diritto al lavoro: eleggiamo persone e cittadini che possano rappresentarci, che non siano inquisiti e impresentabili, non dediti al meretricio morale ed economico, normali insomma, e che siano veramente al servizio del Paese.
Come?
Imponiamolo ai nostri partiti di appartenenza, occupandone pacificamente, ma senza esitazioni, le sedi e le segreterie, pretendendo non solo l’ascolto (che questo non si nega a nessuno) ma anche la soluzione alle nostre rimostranze; snobbiamo i vecchi baroni della politica, lasciamoli parlare a sale vuote e diamo credito al nuovo che non potrà sicuramente fare peggio del vecchio; usiamo la stampa e il web per raccontarci; andiamo nelle piazze a proporre fatti positivi quindi politica vera. Ma se tutto questo è impossibile, formiamo nuovi partiti, nuove aggregazioni politiche e sociali.
Semplice, se non fossimo pigri e lagnosi.



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martedì 22 maggio 2012

AVETE PERSO TUTTI


Per la verità avevo deciso di non spendere nemmeno una parola su questa tornata di votazioni amministrative, quasi fossero un fastidioso pegno da pagare ma da dimenticare in tutta fretta, mentre è necessario mantenere nel cuore quanto accaduto in questi tre giorni: l’assassinio stragista e il terremoto, entrambi, questi sì, degni di lacrime e rispetto.
Ma ascoltando chilometrici e inutili servizi speciali delle televisioni e leggendo qualche riga di editorialisti, tanto noti quanto scientemente intruppati sia a destra che a sinistra, mi è montata la rabbia, una sorta di ansia rabbiosa.
Il PD ha vinto, il PDL e la Lega sono ignobilmente scomparsi, i Grillini (che non sono attributi maschili ridotti) hanno fatto il miracolo, il Terzo pollo ha perso le penne: tutto da copione.
Queste dichiarazioni (non così sbrigative come ho volutamente riportato) è probabile che abbiano in sé una parte di verità, infinitesimale ben inteso, ma contengono un’enorme menzogna.
Tutti, e intendo proprio tutti, non si sono accorti, o fingono di non accorgersene, che il Paese sta cambiando ed è sfinito da questi alteri politicanti da strapazzo pieni di scheletri nell’armadio, vuoti d’idee ma capaci, questo sì, di farsi gli affari loro.
Il Partito Democratico ha vinto perché non c’erano avversari e non perché latori di un programma di rinascita del Paese; e poi, se vogliamo dirla tutta, siamo sicuri che, per esempio, a Genova sia una sua vittoria? e non mettiamo in conto che a Palermo, tanto per citarne una, ha fatto la figura dello zerbino?
Il Popolo (?) della Libertà (?) non dice nemmeno che ha perso, non c’è più e basta: certo, quale proposta ha tentato e quali cose ha nascosto?
E la Lega che dà la colpa della disfatta, ora, al suo grande capo e ai suoi figli e a sua moglie e alla Rosi e al gatto: tutto vero ma la vera colpa è l’aver seminato l’odio, il disprezzo delle regole e delle persone e l’aver governato come tutti, da schifo.
Dei Grillini, poi, non ne parliamo, non si capisce cosa vogliono ma, tanto per gradire, gli eletti hanno iniziato a dichiarare che non sono Grillodipendenti e questo è già un passo avanti; ma dichiarano anche di essere contro i partiti e la partitocrazia: balle stellari, andando a elezione diventano, in automatico, partito, benché al momento non ancora strutturato.

Ma chi vince allora? Questo è il mistero che mi interessa.

Il vero trionfatore mi pare sia l’astensionismo del quale però, e la cosa mi preoccupa enormemente, non ne conosciamo veramente le motivazioni e tentiamo, spesso per autoconsolarci, di assumercene l’appartenenza come se fossero solo momentaneamente “in sonno” in attesa di tempi migliori e non, invece, incazzati neri per i tempi e per gli uomini attuali.
Ci dicono che hanno votato, nella media nazionale, il 51% degli aventi diritto ma poi scopriamo che a Genova e a Palermo, due grandi città, siamo al 39% hanno cioè stravinto, numeri alla mano, coloro che non sono andati al voto.
Cari Bersani, Alfano, Maroni, Grillo e tutti gli altri vostri compari avete perso tutti: credo abbiate molte cose da fare e la prima è andarvene definitivamente dalla scena politica; ma se proprio volete restare e se ci volete, dovete incominciare finalmente a fare politica a partire dalla gente, dai cittadini perché non siete in missione per conto di dio.




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lunedì 21 maggio 2012

MELISSA L’INNOCENTE


In un Paese già sfasciato di suo, in un Paese già stremato e collassato dal ventennio berlusconiano e dalla rapina della democrazia da parte dei tecnici, l’assassinio di Melissa proprio non ci voleva.
Pietà per questa ragazzina semplice, disarmata, bella dell’età più bella, certamente con un cuore che non ha avuto il tempo di sclerarsi.
Rabbia e orrore verso chi si è preso il diritto di decidere della vita altrui, di una vita, appunto, innocente.
Non basta, però, piangere una morte o inorridire per l’assassino o gli assassini che ci riportano con il pensiero ad accomunare, per la tecnica omicida, Brindisi a Beirut o a Damasco.
Non basta ricordarci, sempre e solo in queste occasioni come un blasfemo e inconcludente rituale autoliberatorio, che in quest’Italia così civile abbiamo avuto altre stragi “assurde” (ma esistono stragi razionali?), Portella della Ginestra, piazza Fontana a Milano, piazza della Loggia a Brescia o la stazione di Bologna, tanto per fare qualche esempio, delle quali un’accozzaglia di soggetti dovrebbe assumersi la paternità: mafie, servizi deviati al soldo di politici anch’essi deviati, neofascisti in doppiopetto e non, eversivi variamente colorati e incoraggiati, e certamente finanziati, da soggetti extraconfini. Tutto questo, ovviamente, ancora senza veri mandanti ufficiali e condannati.
Non basta nemmeno accorgersi che nel ventennio berlusconiano stragi di questo tipo non hanno avuto patria in Italia come se l’accozzaglia di cui sopra avesse concordato una tregua o come se, e questo è particolarmente drammatico, questa marmaglia fosse essa stessa al potere e non avesse quindi necessità di stragi.
Non basta nemmeno pensare che ora, con Berlusconi sulla via del tramonto, guarda caso, riprendono le stragi che non hanno più come protagonisti da un lato i buoni e dall’altro i cattivi (ammesso che così si possa dire) ma oggi vede impegnati, uno contro l’altro, i cattivi di un tipo e i cattivi di un altro tipo, coloro che hanno commesso nefandezze incredibili nascondendosi dentro la cortina fumogena (per allocchi) del bunga-bunga e coloro che in doppio petto e in nome del dio denaro (il loro, beninteso) affamano e suicidano gente e imprese, e tra i due “cattivi” chi muore è sempre il “buono”, il poverocristo.
Tutto questo non basta, tant’è che nessuno ha mai pagato per il sangue innocente versato: una risposta democratica ma dura e inflessibile è necessaria perché Melissa e tutte le Melisse di questi anni possano avere giustizia e pace. Andiamo sì nelle piazze paurosamente numerosi e facciamo tremare questo inetto Palazzo ma contemporaneamente creiamo tra noi luoghi e realtà dove è sperimentabile la giustizia, l’equità, l’amicizia, la solidarietà, la democrazia, la pace, l’onestà. Ognuno valorizzando la propria storia e la propria identità nell’assoluto rispetto della diversità.
Melissa, l’innocente per realtà e per definizione, ora figlia di ciascuno di noi, non sia morta inutilmente.





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mercoledì 16 maggio 2012

PARLAMENTARI: puah


Lunedì nero per tre scolaresche in visita didattica a Montecitorio: dovevano vedere funzionare la democrazia rappresentata da 630 parlamentari eletti dai loro genitori e dai loro insegnanti e invece hanno assistito allo sfregio della politica. In aula erano presenti solamente una ventina di parlamentari, pari al 3,17%.
Ingenui questi ragazzini e ingenui anche i loro insegnanti che pensavano che l’argomento del contendere in parlamento fosse così importante da obbligare tutti i partiti a un acceso quanto produttivo (e didatticamente esemplare) dibattito: il taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti.
Ingenui perché non sanno che ciò che interessa veramente alla gente, a quelli che devono farsi i conti in tasca per arrivare a fine mese, è inversamente proporzionale a ciò che interessa a questi eletti-mantenuti. Tutti, dopo il caso Margherita e il caso Lega, hanno gridato allo scandalo, si sono strappati i capelli, hanno usato il metodo Scajola (tutto a loro insaputa), hanno promesso di porre radicalmente rimedio agli errori (che io chiamerei truffe) e, infatti, quando finalmente giunge il momento di prendere una decisione, si arriva all’unanimità d’intenti: succede il fuggi fuggi generale, non si presentano in aula, non accendono un dibattito. Tutti, nessun partito escluso.
Che schifo.
Ma non è finita lì.
Ieri, la commissione Affari Costituzionali e Giustizia della Camera doveva lavorare sul disegno di legge anticorruzione e, infatti, lavoro c’è stato: in un’ora e mezzo, a causa della raffica d’interventi da parte specialmente dei parlamentari Pdl, si è votato un solo emendamento con il chiaro scopo di non arrivare mai a conclusione e, come succede ormai spesso, insabbiare il tutto e andare in parlamento con la vecchia proposta Alfano (quello delle leggi ad personam). Tutto prevedibile, intendiamoci, basti riflettere sulla pensata degli amici del nano impomatato che volevano inserire nel disegno di legge una norma sulla concussione che avrebbe cancellato il processo Ruby: non sono riusciti, per ora nell’intento, e allora ecco scattare la ritorsione.
Che schifo.
Non vi basta? Allora vi accontento.
Si sarebbe dovuto ripristinare la legge del falso in bilancio, praticamente cancellata dalla legge ad personam che Berlusconi si è creata a proprio uso e consumo, avendo come base di discussione la proposta di legge dell’Italia dei Valori. Ecco fatto: i deputati Pdl (Berlusconi-Alfano), Udc (Casini) e Fli (Fini- Bocchino), approvano in commissione Giustizia e con il parere favorevole del governo un emendamento che, di fatto, svuota la proposta di legge salvo poi, governo e Fli, invocare l’errore e la promessa di rimediare in aula.
Che schifo.
Mandiamoli a casa.






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martedì 15 maggio 2012

PIERO GRASSO IN CONFUSIONE? INGROIA PRECISA


Mi corre un brivido per la schiena, il procuratore nazionale antimafia (non un quaquaraquà qualunque) Piero Grasso attribuisce a Silvio Berlusconi e al suo governo il premio speciale per la lotta alla mafia per l’aumento dei beni sequestrati ai mafiosi.
Io capisco che stiamo vivendo tempi difficili, tempi in cui il raziocinio è usato da zerbino e l’umanità da carta igienica e che la democrazia in Italia è affidata (e calpestata) a tecnici imposti da un pensionato che si crede domineddio, ma fino a questo punto non pensavo saremmo mai arrivati.
Forse che in nostro magistrato si è dimenticato del rapporto che continua ad esistere tra Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che la Cassazione definisce, lei non io, mediatore tra mafia ed ex presidente del Consiglio? o dell’intimità tra, sempre lui, il nano impomatato e Vittorio Mangano lo stalliere di Arcore, noto mafioso? Tanto per citare i due casi più noti.
Che cosa è scattato nella mente di un servitore dello stato così serio, coraggioso e fino a oggi per me un esempio inossidabile?
Chi e cosa costringe un alto magistrato a elogiare una iattura di ex-presidente e a demonizzare un suo collega magistrato, Antonio Ingroia, da sempre impegnato contro la mafia ma reo, a suo dire, di agire da politico.
La risposta di Ingroia non si fa attendere: “Io non credo di aver mai fatto politica, ho solo espresso valutazioni sulla Costituzione e Riforma della giustizia, senza attribuire premi speciali a destra e a sinistra, come ha fatto Grasso parlando del premio a Berlusconi. Forse è più politica quella dichiarazione che le mie”.
Con riferimento poi al merito di Berlusconi e del suo governo per l’aumento dei beni sequestrati alla mafia, Ingroia precisa: “Non diamo merito a chi non ce l’ha: da quando i governi sequestrano i patrimoni mafiosi e non è, invece, la polizia giudiziaria e la magistratura a farlo? Non è mai merito del Governo in carica, perché il Governo non ha nessun potere sulla magistratura, che opera in modo autonomo e indipendente”.
Bravo Ingroia! Questo sì è parlare chiaro.
Questi grandi, siano essi presidenti o magistrati con pedigree, sono dei veri illusionisti, capaci di trasformare l’immoralità in moralità, la mafia in democrazia, l’ingiustizia in giustizia, il razzismo in vera integrazione, il qualunquismo in impegno, l’odio in amore, le olgettine in suore di clausura, i ladri in Robin Hood, gli “sclerati” in presidenti e l’Equitalia in istituto di beneficenza.

Se abbiamo deciso di consegnare a costoro la nostra parola e la nostra azione, pace.
Ma se ci rimane un briciolo di dignità usiamo la parola e l’azione per riaffermare e praticare la moralità, la democrazia, la giustizia, l’integrazione, l’impegno, l’amore cercando, senza disperare, il significato della nostra vita: è l’unico modo per sconfiggere illusionisti e saltimbanchi.



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venerdì 11 maggio 2012

“PREMIO CARLI” ALL’INDECENZA


L’Italia è un Paese ingovernabile, bisogna riformare l’architettura istituzionale italiana.
La Corte Costituzionale è un organo politico in mano alla sinistra.
Al Quirinale ci sono una serie di tecnici che con la lente d’ingrandimento esaminano i dettagli della legge in base ai profili d’incostituzionalità e così leggi già approvate rischiano di tornare alle Camere.

L’autore di questi concetti da me, arbitrariamente, sintetizzati (ma a scopo benefico: per non farvi letteralmente morire dal ridere) è Silvio Berlusconi, ma non il Berlusconi di sette o otto mesi fa, ma il Berlusconi attuale, di oggi. Voi vi chiederete come mai continua a sentenziare e a sparare cazzate (scusate, ma quando ci vuole ci vuole) nonostante le malefatte del suo governo, nonostante sia stato messo a riposo, nonostante ciò che emerge dalle telefonate delle olgettine e nonostante la notevole recente performance elettorale. Vi chiederete, io me lo sono chiesto, chi gli ha dato ancora la parola ed ecco la verità.
Ricordate Guido Carli, il banchiere, il politico democristiano, il ministro, il presidente dell’Università LUISS? Non ho mai avuto grande stima di lui, lo ammetto, se non per la battaglia che ha condotto contro la P2. Ebbene, l’associazione che porta il suo nome ha conferito al nostro Silvio (fonte Wikipedia: tessera P2 n. 1816, codice E. 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625) nientemeno che il “premio Carli” per la politica. E per non farci mancare nulla ha conferito a Vittorio Feltri il “premio Carli” per il giornalismo e forse conferirà a Nosferatu il “premio Carli” per il donatore di sangue.
Quindi: non soltanto ha preso la parola per confermare la sua inutilità politica ma proprio per questo motivo ha preso un premio e, beffa nella beffa, gli è stato conferito da un’istituzione, l’Associazione Guido e Maria Carli, che dovrebbe vedere il bassotto come fumo negli occhi. Non c’è più religione.
Curioso come una comare, sono andato a vedere chi sta dietro all'Associazione e al premio e, ve lo giuro, sono rimasto pietrificato: alcuni nomi, tanto per gradire.
Gianni Letta: presidente della giuria del “Premio Carli”, nessuna presentazione, già lo conoscete come il grigio e potente alter ego del capo.
Antonio Martusciello: politico e co-fondatore di Forza Italia e già dirigente di Publitalia’80.
Giovanni Minoli: l’ex pupillo di Bettino Craxi.
Mario Orfeo: direttore del Messaggero di proprietà della famiglia Caltagirone.
Barbara Palombelli: giornalista, collaboratrice in Mediaset per Matrix e Pomeriggio 5.
Tra i soci abbiamo anche:
Gianni Alemanno: nostalgico (il termine esatto sarebbe fascista), noto spalatore di neve e sindaco di Roma.
Gabriella Buontempo: già moglie dell’altro nostalgico Italo Bocchino.
Insomma un premio in famiglia e non poteva essere altrimenti.

Credo di poter trarre una morale: non è possibile continuare a subire personaggi come quello che ha ammorbato l’aria per un ventennio, dobbiamo rinnovare la classe dirigente che dice di rappresentarci in parlamento ma che, a ben vedere, ha deluso se non tradito le nostre aspettative. Un piccolo segnale lo abbiamo dato con l’esito di queste parziali elezioni amministrative.




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lunedì 7 maggio 2012

QUALCOSA SI MUOVE DAL COMUNE DI NICHELINO


Finalmente una bella notizia che dovrebbe prendere, almeno nel cuore di ciascuno, quel primo posto che stampa e televisione le negano.
Certo, la scena è occupata dalle elezioni italiane ancora in corso e dal cambio di guardia all’Eliseo con conseguente, speriamo, ridimensionamento dell’egemonia economica tedesca (egemonia pro domo crucca e certamente non per il bene comune dei Paesi europei) e dalla strana ma prevedibile (intendo la reazione) elezione greca e dai mal di pancia leghisti che si riscoprono, fingendosi meravigliati, ladroni come tutti (ne attendo la debacle, anche se non c’è limite alla stupidità umana) e dallo squallore delle rivelazioni sui rapporti delle olgettine con il loro marcescibile manutengolo e dallo stucchevole quanto falso e ripugnante candore del celeste Formicchioni.
Ma una bella notizia l’ho finalmente trovata: nel comune di Nichelino, praticamente periferia di Torino, forse cinquantamila anime, il sindaco, Giuseppe Catizone, e la sua giunta conferiscono la cittadinanza onoraria a 450 figli d’immigrati. Così giustifica il sindaco: «Conferendo le 450 cittadinanze onorarie abbiamo voluto inviare un segnale al Parlamento affinché riveda la legge sulla cittadinanza sulla scia delle parole del capo dello Stato, che chiede di considerare italiano chi nasce in Italia» e prosegue annunciando che scriverà ai parlamentari piemontesi per chiederne la collaborazione. Non è da meno l’assessore con delega alle Pari Opportunità; Carmen Bonino, la quale pur riconoscendo che tale iniziativa, per la legislazione italiana, non ha alcun valore pratico ci dice tuttavia che «ha un enorme significato di fronte alle disuguaglianze, alle leggi vetuste e ai codici superati».
Ai 450 bambini il Comune ha donato, quindi, copia della Costituzione italiana, l’attestato di cittadinanza onoraria, una spilletta con le bandiere italiana e quella del Paese di provenienza.
Si è fatto sentire anche il presidente della Repubblica che in una lettera indirizzata al sindaco scrive: «L’iniziativa ha, tuttavia, il merito di riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società. È evidente, come ho più volte rilevato, il disagio di tutti quei giovani che, nati o cresciuti nel nostro Paese, rimangono troppo a lungo legalmente ‘stranieri’, nonostante siano, e si sentano, italiani nella loro vita quotidiana … E’ auspicabile che queste iniziative costituiscano uno stimolo a una seria e approfondita riflessione anche in sede parlamentare, per una possibile riforma delle modalità e dei tempi del riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori stranieri».

Sapranno i nostri politici trarre qualche positivo insegnamento dall’azione di uno sconosciuto sindaco di periferia? Sono pessimista su questi nostri poco rispettabili rappresentanti; sono invece ottimista sulla possibilità che la gente comune (tutti noi) assieme ai propri rappresentanti locali, unisca alla lotta per il lavoro e la dignità anche la lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la fraternità.






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giovedì 3 maggio 2012

EQUITALIA, USURAIO DI STATO


Lo Stato, la Pubblica Amministrazione, ha un debito di 100 miliardi di euro verso le imprese e non si vedono, con buona pace di tutti, segni di imminenti e dovuti pagamenti.
Se, viceversa, le imprese fossero debitrici di 100 miliardi di euro verso lo Stato, le stesse sarebbero considerate evasori e quindi condannate.
Potrei finire qui il discorso perché mi pare di una chiarezza assoluta: il vero evasore è lo Stato che si serve del suo braccio armato, Equitalia, per costringere le imprese e i cittadini a fare ciò che lui stesso ha deciso, scientemente, di non fare.
Con il criminale strumento Equitalia, la pubblica Amministrazione non distingue volutamente tra evasori e chi non lo è ma che lo diventa obbligatoriamente per legge, sia a causa della crisi generale sia per l’inadempienza dello stesso Stato.
Mi spiego. Oltre ai problemi generati dalla crisi internazionale e italiana (della quale è da imputare la maggior responsabilità al precedente governo delle escort e all’attuale governo delle banche) si unisce l’inadempienza dello Stato verso le imprese. Queste ultime, venendo meno i fondi a loro spettanti, devono anticipare, con denari sonanti e indebitandosi con le banche (quelle che ora ci governano attraverso i cosiddetti tecnici), i contributi e le tasse dovute allo Stato stesso ed entrano così in un tragico giro vizioso che li costringe a indebitarsi sempre più per pagare uno Stato inadempiente e per non dover passare come evasori sotto lo schiacciasassi di Equitalia, usuraio di stato, gioiello dell’Agenzia delle Entrate in “comunione” con l’INPS. Quando non riescono più a indebitarsi, agli imprenditori e ai lavoratori sembra non restare altro che il suicidio.
Equitalia, cioè lo Stato, ha deciso di non rendersi conto che esiste in Italia un problema di grave mancanza di liquidità e che la crisi investe tutti: se è giusto che si paghino le tasse e se deve esserci uno strumento per impedire a furbetti e specialmente a furboni di evadere è altrettanto giusto che in tempo di calamità, com’è questo, e se l’azione di recupero distrugge il lavoro e l’impresa, quest’azione venga sospesa e la si rimandi ad altra ragionevole data. Non credo sia intelligente recuperare denaro da un’impresa (o da un singolo lavoratore, il concetto è uguale) se quest’azione si traduce nella chiusura della stessa impresa: questo è ciò che sta succedendo in Italia e questo è ciò che ha provocato tanti suicidi di imprenditori e di lavoratori senza più lavoro.
Lo Stato dovrebbe essere condannato per induzione al suicidio, realmente.

Però, stiamo assistendo a un fatto nuovo nel piatto e sconcio scenario della politica: alcuni Comuni iniziano a disdire rapporti e contratti di recupero crediti con Equitalia. Mi pare un primo e minimo atto di giustizia da sostenere perché altri ne traggano esempio e lo promuovano a casa loro.




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mercoledì 2 maggio 2012

PAREGGIO DI BILANCIO E PARLAMENTARI AL PASCOLO


Il 17 aprile il Senato della Repubblica, con 235 sì, 11 no e 24 astenuti, ha inserito in Costituzione il principio del pareggio di bilancio approvando il ddl di riforma dell’ art.81 della Costituzione.
Come si vede dai numeri, è stato un plebiscito quasi fosse la panacea degli italici mali. Monti stesso ha voluto essere presente e votare, nella sua veste di senatore a vita, per sottolinearne la portata politica e culturale.
Parrebbe un grande evento se non fosse, invece, drammaticamente, nel presente e nel futuro prossimo e nel futuro remoto una sozzeria drammatica e immorale e per questo si capisce il diretto coinvolgimento del nostro presidente del Consiglio avallato e incoraggiato, ovviamente, dal presidente della Repubblica e l’impecorimento dei parlamentari che abbiamo eletto (spero per l’ultima volta).
Questo non lo dico solo io, che di economia non ne capisco nulla, ma ho trovato un’interessante intervita di Daniele Nalbone (da www.Today.it) all’economista Vladimiro Giacchè. Ve ne posto solo uno stralcio e il rimanente, se vi interessa, potete andare voi stessi a leggerlo alla fonte (qui)

«Professor Giacchè, iniziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?
Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la “domanda aggregata” insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ‘30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la “domanda aggregata”, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l’Italia?
Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture “utili”. “Utili” come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi neo-comunitari dell’est Europa, per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il “deficit spending”. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere “per ceto”, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull’articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all’articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?
La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno “vuole” dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.
…»






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martedì 1 maggio 2012

NON È IL 1° MAGGIO CHE VOGLIO


Oggi è il primo maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. E quelli che vorrebbero lavorare e non hanno lavoro? E quelli che vorrebbero ancora lavorare e sono morti sotto una pressa? E quelli che si sono uccisi per la politica affamatoria di governanti puri e senza scrupoli? Per questi che festa è?
Nella mia solita scorribanda mattutina per il web (più che mattutina è notturna a causa della mia quasi insonnia) ho letto numerosi commenti di blogger a questa giornata di festa, alcuni rispettabili, altri dettati solo dal tormento di rispettare le feste comandate (e il primo maggio è giustamente una di queste), altri ancora insofferenti a tutto e a tutti, altri inneggianti alla lotta di classe e persino alcuni nostalgici del ventennio (non è chiaro a quale ventennio si riferiscono se questo che abbiamo appena trascorso con il clown del bunga-bunga o quello più antico con il mento volitivo del benitone nazionale).
Ma a tutti è sfuggito un particolare che dà nuovo e positivo smalto allo sforzo del governo per affrontare il problema del lavoro: alla vigilia della festa dei lavoratori il governo del tecnico Monti ha dato inizio alle assunzioni, mostrando al popolo italiano, lavoratori e imprenditori, come affrontare la tragica crisi internazionale oltre che italiana.
Non ve ne siete accorti? E allora vi faccio i primi tre nomi dei nuovi assunti e vi renderete conto quanto siete stati malvagi e di parte nel giudicare male il vostro governo e tutta la classe politica italiana.
Enrico Bondi: quello della Parmalat, sarà commissario straordinario con l’incarico di razionalizzare la spesa per l'acquisto di beni e servizi. Poveretto, è assunto a tempo determinato, infatti il suo incarico durerà, per ora, solo un anno e poi si vedrà.
Giuliano Amato: quello con la faccina da topo, con l’incarico di fornire al Presidente del Consiglio analisi e orientamenti sulla disciplina dei partiti per l’attuazione dei principi di cui all'articolo 49 della Costituzione, sul loro finanziamento nonché sulle forme esistenti di finanziamento pubblico, in via diretta o indiretta, ai sindacati.
Francesco Giavazzi: liberista filoamericano, con l’incarico di fornire, al Presidente del Consiglio e Ministro dell'Economia e delle finanze e al Ministro dello Sviluppo delle infrastrutture e dei trasporti, analisi e raccomandazioni sul tema dei contributi pubblici alle imprese.
Tre poverelli e bisognosi di lavoro hanno trovato il pane e il companatico con cui sfamarsi.
A questo punto, ogni contestazione al governo sulla sua politica, al riguardo del lavoro e delle imprese, perde di significato politico e sociale: il governo assume!!

Ma, a ben ragionare, non mi pare che tutto sia così limpido come vogliono farmi credere. Il lavoro destinato ai Bondi, agli Amato e ai Giavazzi non è forse il lavoro che dovevano eseguire, in qualità di tecnici, i vari Monti seduti al tavolo circolare del Consiglio dei Ministri? Come mai dei tecnici chiamati (imposti dal Giorgio) a risolvere gli italici problemi ora chiamano (imposti questa volta dal Mario) altri tecnici per risolvere gli stessi problemi e i quali, a loro volta, per forza di cose, ne chiameranno altri fino a creare una piramide.
Su cosa poggerà questa piramide? Come sempre sulla povera gente, su noi pensionati, precari, senza lavoro, impossibilitati ad arrivare a fine mese, sui corpi di coloro che si sono uccisi perché impossibilitati a lavorare.
Questo primo maggio (ma come tanti altri precedenti) non è il primo maggio che voglio.







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