mercoledì 2 maggio 2012

PAREGGIO DI BILANCIO E PARLAMENTARI AL PASCOLO


Il 17 aprile il Senato della Repubblica, con 235 sì, 11 no e 24 astenuti, ha inserito in Costituzione il principio del pareggio di bilancio approvando il ddl di riforma dell’ art.81 della Costituzione.
Come si vede dai numeri, è stato un plebiscito quasi fosse la panacea degli italici mali. Monti stesso ha voluto essere presente e votare, nella sua veste di senatore a vita, per sottolinearne la portata politica e culturale.
Parrebbe un grande evento se non fosse, invece, drammaticamente, nel presente e nel futuro prossimo e nel futuro remoto una sozzeria drammatica e immorale e per questo si capisce il diretto coinvolgimento del nostro presidente del Consiglio avallato e incoraggiato, ovviamente, dal presidente della Repubblica e l’impecorimento dei parlamentari che abbiamo eletto (spero per l’ultima volta).
Questo non lo dico solo io, che di economia non ne capisco nulla, ma ho trovato un’interessante intervita di Daniele Nalbone (da www.Today.it) all’economista Vladimiro Giacchè. Ve ne posto solo uno stralcio e il rimanente, se vi interessa, potete andare voi stessi a leggerlo alla fonte (qui)

«Professor Giacchè, iniziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?
Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la “domanda aggregata” insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ‘30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la “domanda aggregata”, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l’Italia?
Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture “utili”. “Utili” come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi neo-comunitari dell’est Europa, per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il “deficit spending”. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere “per ceto”, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull’articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all’articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?
La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno “vuole” dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.
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