giovedì 3 maggio 2012

EQUITALIA, USURAIO DI STATO


Lo Stato, la Pubblica Amministrazione, ha un debito di 100 miliardi di euro verso le imprese e non si vedono, con buona pace di tutti, segni di imminenti e dovuti pagamenti.
Se, viceversa, le imprese fossero debitrici di 100 miliardi di euro verso lo Stato, le stesse sarebbero considerate evasori e quindi condannate.
Potrei finire qui il discorso perché mi pare di una chiarezza assoluta: il vero evasore è lo Stato che si serve del suo braccio armato, Equitalia, per costringere le imprese e i cittadini a fare ciò che lui stesso ha deciso, scientemente, di non fare.
Con il criminale strumento Equitalia, la pubblica Amministrazione non distingue volutamente tra evasori e chi non lo è ma che lo diventa obbligatoriamente per legge, sia a causa della crisi generale sia per l’inadempienza dello stesso Stato.
Mi spiego. Oltre ai problemi generati dalla crisi internazionale e italiana (della quale è da imputare la maggior responsabilità al precedente governo delle escort e all’attuale governo delle banche) si unisce l’inadempienza dello Stato verso le imprese. Queste ultime, venendo meno i fondi a loro spettanti, devono anticipare, con denari sonanti e indebitandosi con le banche (quelle che ora ci governano attraverso i cosiddetti tecnici), i contributi e le tasse dovute allo Stato stesso ed entrano così in un tragico giro vizioso che li costringe a indebitarsi sempre più per pagare uno Stato inadempiente e per non dover passare come evasori sotto lo schiacciasassi di Equitalia, usuraio di stato, gioiello dell’Agenzia delle Entrate in “comunione” con l’INPS. Quando non riescono più a indebitarsi, agli imprenditori e ai lavoratori sembra non restare altro che il suicidio.
Equitalia, cioè lo Stato, ha deciso di non rendersi conto che esiste in Italia un problema di grave mancanza di liquidità e che la crisi investe tutti: se è giusto che si paghino le tasse e se deve esserci uno strumento per impedire a furbetti e specialmente a furboni di evadere è altrettanto giusto che in tempo di calamità, com’è questo, e se l’azione di recupero distrugge il lavoro e l’impresa, quest’azione venga sospesa e la si rimandi ad altra ragionevole data. Non credo sia intelligente recuperare denaro da un’impresa (o da un singolo lavoratore, il concetto è uguale) se quest’azione si traduce nella chiusura della stessa impresa: questo è ciò che sta succedendo in Italia e questo è ciò che ha provocato tanti suicidi di imprenditori e di lavoratori senza più lavoro.
Lo Stato dovrebbe essere condannato per induzione al suicidio, realmente.

Però, stiamo assistendo a un fatto nuovo nel piatto e sconcio scenario della politica: alcuni Comuni iniziano a disdire rapporti e contratti di recupero crediti con Equitalia. Mi pare un primo e minimo atto di giustizia da sostenere perché altri ne traggano esempio e lo promuovano a casa loro.




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