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lunedì 11 giugno 2012

ASSASSINIO BUONO O CATTIVO


“Nell’esprimere il mio apprezzamento per le altissime qualità umane e professionali degli uomini e delle donne della Marina Militare e il plauso per l’impegno costante e incondizionato che essi profondono nell’assolvimento del proprio compito, rivolgo un particolare pensiero e incoraggiamento ai marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”.
Questo è parte del messaggio che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Capo di Stato Maggiore della Marina in occasione della festa dell'Arma.
Non vorrei, per quanto scriverò, offendere la sensibilità di chicchessia né tanto meno mancare di rispetto agli uomini e alle donne della Marina Militare, alla cui Arma sono particolarmente affezionato e ciò va certamente a merito di un mio zio che, sommergibilista durante la seconda guerra mondiale, me ne ha narrato ed esaltato la professionalità e l’umanità.
Mi permetto solamente alcune provocazioni sull’affermazione di Napolitano in merito al caso dei due fucilieri della marina trattenuti dalla magistratura indiana: “ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”. Cosa vuol dire “ingiustamente” prima della sentenza del tribunale indiano? Certo, questi due marinai, per le notizie che abbiamo e per i riscontri dell’analisi sulle armi di cui tutta la stampa ha parlato, hanno sparato, non per sfizio ovviamente, ma per obbedienza alla loro missione. Hanno sparato per conto dello Stato e forse hanno ammazzato sempre per conto dello Stato. Quindi se hanno ammazzato sono assassini ma, in questo caso, il mandante è lo Stato italiano.
La cosa s’ingarbuglia.
Se i due marò hanno sparato e ucciso due pescatori e il nostro Presidente non li ritiene (e non si ritiene) colpevoli allora vuol dire che esistono due diversi significati del termine “assassinio”: uno buono e uno cattivo. Nel “buono” rientrerebbero evidentemente le eliminazioni di Stato. Tutto il resto farebbe parte della categoria “cattivo”.
Allora è facile capire in quale categoria far rientrare l’assassinio (a spese dello Stato), per la difesa non dei patrii confini ma del carico di una petroliera (non dello Stato ovviamente ma di un privato), di due pescatori che immagino padri di famiglia, due persone umane, insomma, con gli stessi problemi che ha ciascuno di noi.
A guardare ciò che succede, il nostro Presidente, contrariamente a ciò che io penso, annovera queste uccisioni nella categoria “buono” e per questo può affermare che i due marò sono “ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”.
Se è così, diventa facile capire perché si è passati sopra la morte (l’assassinio) di Stefano Cucchi o si è promosso il capo della Polizia di Stato che ha gestito la carneficina durante il G8 a Genova nel luglio 2001 o s’inducono al suicidio dipendenti e datori di lavoro uccisi da uno Stato governato dalle banche. Tutti omicidi, questi, che evidentemente per il Capo dello Stato sono “buoni” ma per me, mi scusi signor Presidente, sono “cattivi” anzi infami.
Io non posso credere che esista un assassinio che non sia di per sé male, male assoluto, male senza rimedio come togliere la vita è senza rimedio.
Il Presidente forse fa bene il suo mestiere nel cercare di riportare i due marò in patria (anche perché se hanno ammazzato lo hanno fatto per conto dello Stato italiano) ma fa male ad additarli come eroi mentre sarebbe più retto che invocasse solo una giustizia giusta per loro e per lo Stato: se hanno ammazzato che siano condannati e se il mandante è lo Stato che sia condannato anche lui.









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giovedì 31 maggio 2012

DALLA REPUBBLICA AL MERCATO: APPROPRIAZIONE INDEBITA


L’analisi di Raniero La Valle, apparsa recentemente sulla rivista MicroMega, sottolinea l’asservimento della Repubblica (e qui intendiamo la democrazia e tutto ciò che ne dipende) al Mercato (con l’iniziale maiuscola per indicare non un'astrazione solamente ma una strategia di uomini al potere, fisicamente contro la Repubblica): mi pare un pensiero assolutamente condivisibile e meritevole di un approfondimento culturale e di uno sbocco pratico nelle sedi dove è possibile praticare la democrazia, partiti e piazze comprese.
Ve la propongo, anche se un po’ lunga per un blog ma ne vale la pena, e vi invito a commentare.

DOVE VA LA REPUBBLICA?
La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica, sicché ne sarebbe urgente la riforma?
No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art. 4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), e così via.
Tutto questo invece non accade perché l’Italia è passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del profitto.
Perché questo passaggio di consegne fosse totale e irreversibile le forze politiche, tradendo il mandato costituzionale, hanno fatto a gara per privare la Repubblica sia delle risorse finanziarie (le tasse da evadere) sia degli strumenti operativi (Enti di Stato, partecipazioni industriali, piani di sviluppo) sia della stessa legittimazione a intervenire nella vita economica e a fronteggiare le crisi con le politiche di bilancio. Sicché se anche nuove maggioranze e nuovi governi volessero ripristinare il ruolo e le finalità dell’azione pubblica, non potrebbero perché la Repubblica nel frattempo è stata resa del tutto impotente a rimuovere gli ostacoli, a rendere effettivi i diritti, a garantire, tutelare, promuovere, agevolare, proteggere, cioè a compiere quelle azioni che corrispondono a tutti i verbi con cui nella Costituzione sono definiti i suoi compiti. E se tale impotenza è stata per lungo tempo la conseguenza di una cattiva politica, ora con il rigorismo liberista del governo Monti e l’avallo degli altri poteri, diverrà un obbligo, frutto di una modifica strutturale dell’ordinamento e di una nuova definizione della Repubblica. La modifica, in quattro e quattr’otto dell’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio ne è il primo segnale.
Invece di porre rimedio a tutto ciò, la riforma costituzionale a cui stanno lavorando i tre partiti che mediante i tecnici governano oggi l’Italia, tende a rendere insindacabile il potere politico e a mettere il presidente del Consiglio al riparo dalla sfiducia delle Camere, cioè a vanificare il più tipico e decisivo istituto della democrazia parlamentare.
L’accordo su cui si discute all’apposita Commissione del Senato, sulla base di un testo unificato presentato il 18 aprile scorso dal relatore Vizzini, prevede, per ingraziarsi la plebe, un’irrisoria e casuale diminuzione del numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati e da 315 a 254 senatori), ma per il resto comporta tre riforme destinate a cambiare la figura dello Stato.
La prima consiste nel confermare il bicameralismo, con due Camere ambedue elette a suffragio universale e quindi aventi la stessa dignità, ma con una gerarchia di competenze inegualmente distribuite tra loro e una rottura per materie dell’unicità delle fonti della legislazione e quindi dell’unità dell’ordinamento; la seconda consiste in una torsione presidenzialistica e leaderistica del sistema di governo, con un presidente del Consiglio provvisto di investitura popolare, dotato del potere di chiedere la nomina e la revoca dei ministri, e unico destinatario della fiducia del Parlamento, che sarebbe chiamato a votare per lui e non per l’intero ministero; la terza consiste nel rendere impraticabile il meccanismo della sfiducia: che potrebbe essere votata solo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza assoluta sia dei deputati che dei senatori, ciò che sta a significare la solennità, l’eccezionalità e l’implausibilità dell’evento; né le Camere potrebbero votare impunemente contro una legge su cui il governo ponesse la fiducia, senza cadere nella tagliola dello scioglimento che in tal caso il presidente del Consiglio farebbe scattare nei loro confronti; né potrebbe darsi sfiducia al capo del governo se non grazie a un ribaltone perfettamente organizzato dalla sua stessa maggioranza, con la contestuale indicazione di un altro presidente del Consiglio.
Sembra impossibile che i tre partiti possano fare insieme appassionatamente una tale riforma, così divisi e diversi come sono. In ogni caso occorre vegliare e resistere.
Raniero La Valle
(6 maggio 2012)




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martedì 22 maggio 2012

AVETE PERSO TUTTI


Per la verità avevo deciso di non spendere nemmeno una parola su questa tornata di votazioni amministrative, quasi fossero un fastidioso pegno da pagare ma da dimenticare in tutta fretta, mentre è necessario mantenere nel cuore quanto accaduto in questi tre giorni: l’assassinio stragista e il terremoto, entrambi, questi sì, degni di lacrime e rispetto.
Ma ascoltando chilometrici e inutili servizi speciali delle televisioni e leggendo qualche riga di editorialisti, tanto noti quanto scientemente intruppati sia a destra che a sinistra, mi è montata la rabbia, una sorta di ansia rabbiosa.
Il PD ha vinto, il PDL e la Lega sono ignobilmente scomparsi, i Grillini (che non sono attributi maschili ridotti) hanno fatto il miracolo, il Terzo pollo ha perso le penne: tutto da copione.
Queste dichiarazioni (non così sbrigative come ho volutamente riportato) è probabile che abbiano in sé una parte di verità, infinitesimale ben inteso, ma contengono un’enorme menzogna.
Tutti, e intendo proprio tutti, non si sono accorti, o fingono di non accorgersene, che il Paese sta cambiando ed è sfinito da questi alteri politicanti da strapazzo pieni di scheletri nell’armadio, vuoti d’idee ma capaci, questo sì, di farsi gli affari loro.
Il Partito Democratico ha vinto perché non c’erano avversari e non perché latori di un programma di rinascita del Paese; e poi, se vogliamo dirla tutta, siamo sicuri che, per esempio, a Genova sia una sua vittoria? e non mettiamo in conto che a Palermo, tanto per citarne una, ha fatto la figura dello zerbino?
Il Popolo (?) della Libertà (?) non dice nemmeno che ha perso, non c’è più e basta: certo, quale proposta ha tentato e quali cose ha nascosto?
E la Lega che dà la colpa della disfatta, ora, al suo grande capo e ai suoi figli e a sua moglie e alla Rosi e al gatto: tutto vero ma la vera colpa è l’aver seminato l’odio, il disprezzo delle regole e delle persone e l’aver governato come tutti, da schifo.
Dei Grillini, poi, non ne parliamo, non si capisce cosa vogliono ma, tanto per gradire, gli eletti hanno iniziato a dichiarare che non sono Grillodipendenti e questo è già un passo avanti; ma dichiarano anche di essere contro i partiti e la partitocrazia: balle stellari, andando a elezione diventano, in automatico, partito, benché al momento non ancora strutturato.

Ma chi vince allora? Questo è il mistero che mi interessa.

Il vero trionfatore mi pare sia l’astensionismo del quale però, e la cosa mi preoccupa enormemente, non ne conosciamo veramente le motivazioni e tentiamo, spesso per autoconsolarci, di assumercene l’appartenenza come se fossero solo momentaneamente “in sonno” in attesa di tempi migliori e non, invece, incazzati neri per i tempi e per gli uomini attuali.
Ci dicono che hanno votato, nella media nazionale, il 51% degli aventi diritto ma poi scopriamo che a Genova e a Palermo, due grandi città, siamo al 39% hanno cioè stravinto, numeri alla mano, coloro che non sono andati al voto.
Cari Bersani, Alfano, Maroni, Grillo e tutti gli altri vostri compari avete perso tutti: credo abbiate molte cose da fare e la prima è andarvene definitivamente dalla scena politica; ma se proprio volete restare e se ci volete, dovete incominciare finalmente a fare politica a partire dalla gente, dai cittadini perché non siete in missione per conto di dio.




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lunedì 21 maggio 2012

MELISSA L’INNOCENTE


In un Paese già sfasciato di suo, in un Paese già stremato e collassato dal ventennio berlusconiano e dalla rapina della democrazia da parte dei tecnici, l’assassinio di Melissa proprio non ci voleva.
Pietà per questa ragazzina semplice, disarmata, bella dell’età più bella, certamente con un cuore che non ha avuto il tempo di sclerarsi.
Rabbia e orrore verso chi si è preso il diritto di decidere della vita altrui, di una vita, appunto, innocente.
Non basta, però, piangere una morte o inorridire per l’assassino o gli assassini che ci riportano con il pensiero ad accomunare, per la tecnica omicida, Brindisi a Beirut o a Damasco.
Non basta ricordarci, sempre e solo in queste occasioni come un blasfemo e inconcludente rituale autoliberatorio, che in quest’Italia così civile abbiamo avuto altre stragi “assurde” (ma esistono stragi razionali?), Portella della Ginestra, piazza Fontana a Milano, piazza della Loggia a Brescia o la stazione di Bologna, tanto per fare qualche esempio, delle quali un’accozzaglia di soggetti dovrebbe assumersi la paternità: mafie, servizi deviati al soldo di politici anch’essi deviati, neofascisti in doppiopetto e non, eversivi variamente colorati e incoraggiati, e certamente finanziati, da soggetti extraconfini. Tutto questo, ovviamente, ancora senza veri mandanti ufficiali e condannati.
Non basta nemmeno accorgersi che nel ventennio berlusconiano stragi di questo tipo non hanno avuto patria in Italia come se l’accozzaglia di cui sopra avesse concordato una tregua o come se, e questo è particolarmente drammatico, questa marmaglia fosse essa stessa al potere e non avesse quindi necessità di stragi.
Non basta nemmeno pensare che ora, con Berlusconi sulla via del tramonto, guarda caso, riprendono le stragi che non hanno più come protagonisti da un lato i buoni e dall’altro i cattivi (ammesso che così si possa dire) ma oggi vede impegnati, uno contro l’altro, i cattivi di un tipo e i cattivi di un altro tipo, coloro che hanno commesso nefandezze incredibili nascondendosi dentro la cortina fumogena (per allocchi) del bunga-bunga e coloro che in doppio petto e in nome del dio denaro (il loro, beninteso) affamano e suicidano gente e imprese, e tra i due “cattivi” chi muore è sempre il “buono”, il poverocristo.
Tutto questo non basta, tant’è che nessuno ha mai pagato per il sangue innocente versato: una risposta democratica ma dura e inflessibile è necessaria perché Melissa e tutte le Melisse di questi anni possano avere giustizia e pace. Andiamo sì nelle piazze paurosamente numerosi e facciamo tremare questo inetto Palazzo ma contemporaneamente creiamo tra noi luoghi e realtà dove è sperimentabile la giustizia, l’equità, l’amicizia, la solidarietà, la democrazia, la pace, l’onestà. Ognuno valorizzando la propria storia e la propria identità nell’assoluto rispetto della diversità.
Melissa, l’innocente per realtà e per definizione, ora figlia di ciascuno di noi, non sia morta inutilmente.





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lunedì 7 maggio 2012

QUALCOSA SI MUOVE DAL COMUNE DI NICHELINO


Finalmente una bella notizia che dovrebbe prendere, almeno nel cuore di ciascuno, quel primo posto che stampa e televisione le negano.
Certo, la scena è occupata dalle elezioni italiane ancora in corso e dal cambio di guardia all’Eliseo con conseguente, speriamo, ridimensionamento dell’egemonia economica tedesca (egemonia pro domo crucca e certamente non per il bene comune dei Paesi europei) e dalla strana ma prevedibile (intendo la reazione) elezione greca e dai mal di pancia leghisti che si riscoprono, fingendosi meravigliati, ladroni come tutti (ne attendo la debacle, anche se non c’è limite alla stupidità umana) e dallo squallore delle rivelazioni sui rapporti delle olgettine con il loro marcescibile manutengolo e dallo stucchevole quanto falso e ripugnante candore del celeste Formicchioni.
Ma una bella notizia l’ho finalmente trovata: nel comune di Nichelino, praticamente periferia di Torino, forse cinquantamila anime, il sindaco, Giuseppe Catizone, e la sua giunta conferiscono la cittadinanza onoraria a 450 figli d’immigrati. Così giustifica il sindaco: «Conferendo le 450 cittadinanze onorarie abbiamo voluto inviare un segnale al Parlamento affinché riveda la legge sulla cittadinanza sulla scia delle parole del capo dello Stato, che chiede di considerare italiano chi nasce in Italia» e prosegue annunciando che scriverà ai parlamentari piemontesi per chiederne la collaborazione. Non è da meno l’assessore con delega alle Pari Opportunità; Carmen Bonino, la quale pur riconoscendo che tale iniziativa, per la legislazione italiana, non ha alcun valore pratico ci dice tuttavia che «ha un enorme significato di fronte alle disuguaglianze, alle leggi vetuste e ai codici superati».
Ai 450 bambini il Comune ha donato, quindi, copia della Costituzione italiana, l’attestato di cittadinanza onoraria, una spilletta con le bandiere italiana e quella del Paese di provenienza.
Si è fatto sentire anche il presidente della Repubblica che in una lettera indirizzata al sindaco scrive: «L’iniziativa ha, tuttavia, il merito di riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società. È evidente, come ho più volte rilevato, il disagio di tutti quei giovani che, nati o cresciuti nel nostro Paese, rimangono troppo a lungo legalmente ‘stranieri’, nonostante siano, e si sentano, italiani nella loro vita quotidiana … E’ auspicabile che queste iniziative costituiscano uno stimolo a una seria e approfondita riflessione anche in sede parlamentare, per una possibile riforma delle modalità e dei tempi del riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori stranieri».

Sapranno i nostri politici trarre qualche positivo insegnamento dall’azione di uno sconosciuto sindaco di periferia? Sono pessimista su questi nostri poco rispettabili rappresentanti; sono invece ottimista sulla possibilità che la gente comune (tutti noi) assieme ai propri rappresentanti locali, unisca alla lotta per il lavoro e la dignità anche la lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la fraternità.






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giovedì 3 maggio 2012

EQUITALIA, USURAIO DI STATO


Lo Stato, la Pubblica Amministrazione, ha un debito di 100 miliardi di euro verso le imprese e non si vedono, con buona pace di tutti, segni di imminenti e dovuti pagamenti.
Se, viceversa, le imprese fossero debitrici di 100 miliardi di euro verso lo Stato, le stesse sarebbero considerate evasori e quindi condannate.
Potrei finire qui il discorso perché mi pare di una chiarezza assoluta: il vero evasore è lo Stato che si serve del suo braccio armato, Equitalia, per costringere le imprese e i cittadini a fare ciò che lui stesso ha deciso, scientemente, di non fare.
Con il criminale strumento Equitalia, la pubblica Amministrazione non distingue volutamente tra evasori e chi non lo è ma che lo diventa obbligatoriamente per legge, sia a causa della crisi generale sia per l’inadempienza dello stesso Stato.
Mi spiego. Oltre ai problemi generati dalla crisi internazionale e italiana (della quale è da imputare la maggior responsabilità al precedente governo delle escort e all’attuale governo delle banche) si unisce l’inadempienza dello Stato verso le imprese. Queste ultime, venendo meno i fondi a loro spettanti, devono anticipare, con denari sonanti e indebitandosi con le banche (quelle che ora ci governano attraverso i cosiddetti tecnici), i contributi e le tasse dovute allo Stato stesso ed entrano così in un tragico giro vizioso che li costringe a indebitarsi sempre più per pagare uno Stato inadempiente e per non dover passare come evasori sotto lo schiacciasassi di Equitalia, usuraio di stato, gioiello dell’Agenzia delle Entrate in “comunione” con l’INPS. Quando non riescono più a indebitarsi, agli imprenditori e ai lavoratori sembra non restare altro che il suicidio.
Equitalia, cioè lo Stato, ha deciso di non rendersi conto che esiste in Italia un problema di grave mancanza di liquidità e che la crisi investe tutti: se è giusto che si paghino le tasse e se deve esserci uno strumento per impedire a furbetti e specialmente a furboni di evadere è altrettanto giusto che in tempo di calamità, com’è questo, e se l’azione di recupero distrugge il lavoro e l’impresa, quest’azione venga sospesa e la si rimandi ad altra ragionevole data. Non credo sia intelligente recuperare denaro da un’impresa (o da un singolo lavoratore, il concetto è uguale) se quest’azione si traduce nella chiusura della stessa impresa: questo è ciò che sta succedendo in Italia e questo è ciò che ha provocato tanti suicidi di imprenditori e di lavoratori senza più lavoro.
Lo Stato dovrebbe essere condannato per induzione al suicidio, realmente.

Però, stiamo assistendo a un fatto nuovo nel piatto e sconcio scenario della politica: alcuni Comuni iniziano a disdire rapporti e contratti di recupero crediti con Equitalia. Mi pare un primo e minimo atto di giustizia da sostenere perché altri ne traggano esempio e lo promuovano a casa loro.




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mercoledì 18 aprile 2012

SUICIDIO DI STATO, SUICIDIO DELLO STATO


Un dato singolare e tragico emerge, tra gli altri, dall’affronto di una crisi economica senza precedenti: un numero ormai impressionante di disoccupati, di artigiani, di commercianti, di professionisti, di imprenditori si tolgono la vita; un gesto estremo, di quelli che non è possibile rimediare, senza speranza.
E tutti costoro, che da sempre non riescono a stare assieme, per ideologia o per cultura o per interesse, ci danno un’unica e unanime motivazione al loro disperato gesto: non riescono più a subire e sopportare questa crisi.
C’è chi non riesce più a garantire un pezzo di pane ai figli.
C’è chi è costretto a licenziare i suoi quattro dipendenti diventati nel frattempo collaboratori e amici.
C’è chi non riesce più a pagare le fatture dei fornitori i quali, anch’essi, sono disperati perché se nessuno li paga possono chiudere bottega.
C’è chi non riesce più a produrre perché la concorrenza li sbrana.
C’è chi si è illuso di fare facili guadagni giocandosi i soldi in borsa.
C’è chi è sistematicamente strozzato dalle banche e da Equitalia e queste iene non danno nessuna speranza, sono peggiori del suicidio e della morte.
Ciò che unisce tutti costoro nel gesto estremo è l’incapacità concreta, non da loro voluta o cercata, di affrontare la crisi.

È stato messo a riposo, grazie a dio, il precedente presidente del consiglio (ora apparentemente zitto-zitto perché impegnato a costruirsi un’impossibile e blasfema verginità salvo poi mandare i suoi sgherri all’attacco quando si parla di giustizia e di televisioni) corresponsabile della situazione di disfacimento del nostro Paese e, con manovra ardita, il nostro arzillo Napolitano ci ha rifilato, senza elezioni e quindi d’autorità, un governo di persone dabbene, chiamati “tecnici”, tutta gente che sa come va il mondo e cosa vuol dire usare le mani per lavorare e che notoriamente stringe la cinghia a fine mese per sopravvivere: professori, banchieri, grands commis d’état, lobbysti; gli stessi cioè che hanno causato la crisi.
Risultato? Non più “bunga bunga” sul lettone di Putin ma svenamento di tutti, eccetto loro e i loro sodali.
Prima l’economia e i conti in ordine e poi … fra tre o quattro anni, loro dicono, forse le cose cambieranno e si starà un po’ meglio e la gente potrà smettere di suicidarsi mentre nel frattempo loro, i nuovi padroni del mondo, avranno condotto tutti a un nuovo ordine sociale: è il predominio dell’interesse e degli affari sull’uomo e sulla convivenza umana.

Non vi pare, questa del governo, un’operazione cinica e spietata? Non vi pare che di fronte a tanti suicidi la reazione apparentemente amorfa dello Stato indichi una corresponsabilità se non, addirittura, una pianificazione? E non vi pare che alla lunga la disperazione collettiva possa sfociare in altra tragedia tale da suicidare lo Stato?
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