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sabato 7 luglio 2012

SCUOLA DIAZ, 21 LUGLIO 2001: ORA ANCHE VERITÀ GIUDIZIARIA


Ci sono voluti undici anni e, finalmente, è stata detta una parola chiara, anzi tre.
La prima. La Cassazione, con la sua sentenza, condanna definitivamente i vertici di polizia coinvolti nei pestaggi all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 21 luglio 2001. Sono 25 poliziotti condannati a un totale di 85 anni di pena (per tutti c'è il condono di tre anni e nessuno rischia il carcere) e l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
La seconda. Annamaria Cancellieri, il ministro degli Interni, ascoltata la sentenza, ammette: “Il G8 di Genova è una pagina dolorosa per la polizia e questo mi ferisce. Ho visto come tutti le immagini di quello che è successo all'interno della Diaz e non condivido nulla di quell'operazione. Di fronte a errori gravi è giusto che i responsabili ne subiscano le conseguenze”.
La terza. Antonio Manganelli, il grande capo della Polizia di Stato, quello che ha percepito nel 2011 uno stipendio annuo di soli 621.253,75 euro, dichiara che “sulla Diaz è arrivato il momento delle scuse”. E’ la prima volta che un poliziotto pronuncia pubbliche scuse e si assume, in nome della Polizia che dirige, la responsabilità politica e morale di quei terribili fatti che hanno visto il Paese emulare il Cile di Pinochet.
Ma, come ogni medaglia che si rispetti, c’è, oltre al fronte, anche un retro: dobbiamo dichiarare anche due silenzi imbarazzanti oltre che rumorosissimi.
Il primo. Gianni De Gennaro, soprannominato capo della “macelleria messicana” perché all’epoca dei fatti dirigeva la Polizia e in particolare i poliziotti pestatori a Genova e quindi a lui vanno attribuite le maggiori responsabilità e forse per questo recentemente promosso dall’attuale presidente del Consiglio Mario Monti sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai servizi, non ha ancora detto una parola e chissà se avrà il coraggio e l’umanità di scusarsi.
Il secondo. Gianfranco Fini, allora vice presidente del Consiglio del Governo Berlusconi e oggi presidente della Camera e terza carica dello Stato, presente (non si sa in quale veste ma lo si può immaginare data la militanza politica) nella sala operativa della Questura genovese proprio durante l’immonda repressione: anche da lui un silenzio assordante.
Anche allora, il 21 luglio 2001, c’era un silenzio spettrale e non solo da parte di poliziotti e fascisti (entrambi direttamente coinvolti): andatevi a rileggere i giornali dell’epoca e scoprirete il gran numero di nostri parlamentari, anche sedicenti di sinistra, dichiararsi tiepidamente o non dichiararsi affatto. Meditate gente, meditate.
Voglio condividere con voi quanto ha dichiarato responsabilmente Giuliano Pisapia, sindaco di Milano: “Con 11 anni di ingiustificabile ritardo, alla verità storica sul massacro nella scuola Diaz si è affiancata la verità giudiziaria. Anche se non tutti i responsabili di questa pagina buia della nostra democrazia ne risponderanno, un principio di giustizia è ristabilito. Adesso arrivino anche le scuse ufficiali dello Stato alle vittime e ad un movimento che si è voluto soffocare con una violenza indegna”






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martedì 26 giugno 2012

QUALCUNO È ANCORA CAPACE DI UN’OPERA DI MISERICORDIA


A me pare una buona notizia quella che ci ha regalato, ieri, il Corriere della Sera online nelle pagine fiorentine che qui potete leggere in originale.
Ovviamente non è buona cosa rubare in un market, ci mancherebbe; ma a volte, per ragioni di pura sussistenza, specie se rivolta a una creatura innocente di tutto, anche il “peccato” assume contorni meno violenti, capibili e perdonabili. O, forse, il “peccato” non è più peccato ma una sorta di legittima difesa.
La buona notizia si riferisce alla reazione del proprietario del market e dei poliziotti alla scoperta di un furto nel negozio: il primo chiama la legge, vuole verificare il perché di questo furto e, visto il tipo di refurtiva, non denuncia i due giovani presi con le mani nel sacco; i secondi, i poliziotti, non solo non estraggono pistole e manette ma aprono il portafoglio e pagano (badate: di tasca loro, non del ministero) al proprietario del market l’importo della “refurtiva”.
Beh!, di fronte a ciò che quotidianamente vediamo attorno a noi, di fronte a tante onorevoli iene che pretendono di governarci rubando (loro sì non per fame), di fronte a tanti appestati di razzismo che di fronte al colore della pelle interpretano e applicano le leggi a sentimento (il loro), questa a me pare davvero una buona, un’ottima notizia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati … un’opera di misericordia.
Grazie signor proprietario del market.
Grazie signori poliziotti.

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Disoccupato ruba pasta e pannolini
I poliziotti gli pagano la spesa
Il proprietario di un market ha chiamato gli agenti dopo aver scoperto il giovane rubare

SIENA - Rimasto senza lavoro, e con moglie e due figli piccoli a carico, ha compiuto un furto in un supermercato alle porte di Siena. Il proprietario del market, però, lo ha scoperto e ha chiamato la polizia, chiarendo di non volerlo denunciare. A quel punto, gli agenti hanno pagato di tasca loro lo stretto necessario della spesa rubata: pasta, latte, pannolini e omogeneizzati.
Il «ladro» ha 27 anni, è egiziano ed è regolare in Italia. Insieme al fratello di 19 anni ha tentato di rubare beni di prima necessità, ma quando i due, per la seconda volta, sono entrati e usciti con le buste di merce, sono stati notati dal personale del market. Il titolare ha chiamato la polizia ma non ha sporto denuncia, spiegando di aver richiesto l'intervento degli agenti solo per chiarire la situazione. I poliziotti delle volanti della questura di Siena, una volta apprese le condizioni dello straniero, che aveva con sè oltre alla pasta e al latte alcuni pacchi di pannolini e degli omogeneizzati, hanno deciso di offrire la spesa. La questura ha poi attivato anche i servizi sociali.
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martedì 15 maggio 2012

PIERO GRASSO IN CONFUSIONE? INGROIA PRECISA


Mi corre un brivido per la schiena, il procuratore nazionale antimafia (non un quaquaraquà qualunque) Piero Grasso attribuisce a Silvio Berlusconi e al suo governo il premio speciale per la lotta alla mafia per l’aumento dei beni sequestrati ai mafiosi.
Io capisco che stiamo vivendo tempi difficili, tempi in cui il raziocinio è usato da zerbino e l’umanità da carta igienica e che la democrazia in Italia è affidata (e calpestata) a tecnici imposti da un pensionato che si crede domineddio, ma fino a questo punto non pensavo saremmo mai arrivati.
Forse che in nostro magistrato si è dimenticato del rapporto che continua ad esistere tra Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che la Cassazione definisce, lei non io, mediatore tra mafia ed ex presidente del Consiglio? o dell’intimità tra, sempre lui, il nano impomatato e Vittorio Mangano lo stalliere di Arcore, noto mafioso? Tanto per citare i due casi più noti.
Che cosa è scattato nella mente di un servitore dello stato così serio, coraggioso e fino a oggi per me un esempio inossidabile?
Chi e cosa costringe un alto magistrato a elogiare una iattura di ex-presidente e a demonizzare un suo collega magistrato, Antonio Ingroia, da sempre impegnato contro la mafia ma reo, a suo dire, di agire da politico.
La risposta di Ingroia non si fa attendere: “Io non credo di aver mai fatto politica, ho solo espresso valutazioni sulla Costituzione e Riforma della giustizia, senza attribuire premi speciali a destra e a sinistra, come ha fatto Grasso parlando del premio a Berlusconi. Forse è più politica quella dichiarazione che le mie”.
Con riferimento poi al merito di Berlusconi e del suo governo per l’aumento dei beni sequestrati alla mafia, Ingroia precisa: “Non diamo merito a chi non ce l’ha: da quando i governi sequestrano i patrimoni mafiosi e non è, invece, la polizia giudiziaria e la magistratura a farlo? Non è mai merito del Governo in carica, perché il Governo non ha nessun potere sulla magistratura, che opera in modo autonomo e indipendente”.
Bravo Ingroia! Questo sì è parlare chiaro.
Questi grandi, siano essi presidenti o magistrati con pedigree, sono dei veri illusionisti, capaci di trasformare l’immoralità in moralità, la mafia in democrazia, l’ingiustizia in giustizia, il razzismo in vera integrazione, il qualunquismo in impegno, l’odio in amore, le olgettine in suore di clausura, i ladri in Robin Hood, gli “sclerati” in presidenti e l’Equitalia in istituto di beneficenza.

Se abbiamo deciso di consegnare a costoro la nostra parola e la nostra azione, pace.
Ma se ci rimane un briciolo di dignità usiamo la parola e l’azione per riaffermare e praticare la moralità, la democrazia, la giustizia, l’integrazione, l’impegno, l’amore cercando, senza disperare, il significato della nostra vita: è l’unico modo per sconfiggere illusionisti e saltimbanchi.



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lunedì 7 maggio 2012

QUALCOSA SI MUOVE DAL COMUNE DI NICHELINO


Finalmente una bella notizia che dovrebbe prendere, almeno nel cuore di ciascuno, quel primo posto che stampa e televisione le negano.
Certo, la scena è occupata dalle elezioni italiane ancora in corso e dal cambio di guardia all’Eliseo con conseguente, speriamo, ridimensionamento dell’egemonia economica tedesca (egemonia pro domo crucca e certamente non per il bene comune dei Paesi europei) e dalla strana ma prevedibile (intendo la reazione) elezione greca e dai mal di pancia leghisti che si riscoprono, fingendosi meravigliati, ladroni come tutti (ne attendo la debacle, anche se non c’è limite alla stupidità umana) e dallo squallore delle rivelazioni sui rapporti delle olgettine con il loro marcescibile manutengolo e dallo stucchevole quanto falso e ripugnante candore del celeste Formicchioni.
Ma una bella notizia l’ho finalmente trovata: nel comune di Nichelino, praticamente periferia di Torino, forse cinquantamila anime, il sindaco, Giuseppe Catizone, e la sua giunta conferiscono la cittadinanza onoraria a 450 figli d’immigrati. Così giustifica il sindaco: «Conferendo le 450 cittadinanze onorarie abbiamo voluto inviare un segnale al Parlamento affinché riveda la legge sulla cittadinanza sulla scia delle parole del capo dello Stato, che chiede di considerare italiano chi nasce in Italia» e prosegue annunciando che scriverà ai parlamentari piemontesi per chiederne la collaborazione. Non è da meno l’assessore con delega alle Pari Opportunità; Carmen Bonino, la quale pur riconoscendo che tale iniziativa, per la legislazione italiana, non ha alcun valore pratico ci dice tuttavia che «ha un enorme significato di fronte alle disuguaglianze, alle leggi vetuste e ai codici superati».
Ai 450 bambini il Comune ha donato, quindi, copia della Costituzione italiana, l’attestato di cittadinanza onoraria, una spilletta con le bandiere italiana e quella del Paese di provenienza.
Si è fatto sentire anche il presidente della Repubblica che in una lettera indirizzata al sindaco scrive: «L’iniziativa ha, tuttavia, il merito di riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società. È evidente, come ho più volte rilevato, il disagio di tutti quei giovani che, nati o cresciuti nel nostro Paese, rimangono troppo a lungo legalmente ‘stranieri’, nonostante siano, e si sentano, italiani nella loro vita quotidiana … E’ auspicabile che queste iniziative costituiscano uno stimolo a una seria e approfondita riflessione anche in sede parlamentare, per una possibile riforma delle modalità e dei tempi del riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori stranieri».

Sapranno i nostri politici trarre qualche positivo insegnamento dall’azione di uno sconosciuto sindaco di periferia? Sono pessimista su questi nostri poco rispettabili rappresentanti; sono invece ottimista sulla possibilità che la gente comune (tutti noi) assieme ai propri rappresentanti locali, unisca alla lotta per il lavoro e la dignità anche la lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la fraternità.






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venerdì 20 aprile 2012

IL “CELESTE” IMMACOLATO


La lettera di Carla Vites al Direttore del Corriere della Sera in merito al rapporto di affari e di amicizia tra il Governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni (da alcuni chiamato “il celeste”), il faccendiere Piero Daccò e il marito ed ex assessore Antonio Simone, gli ultimi due già in carcere e forse in attesa del terzo, ci produce un capogiro: grandi amici e soci in mali-affari fino a quando questi restano nascosti; estranei (e ognuno per sé) quando vengono pescati con le dita nella marmellata. E’ uno strano modo di vivere i rapporti sia di amicizia che di affari.
Ma lasciatemi fare solo alcune considerazioni, tre, fra le centinaia che mi galoppano in testa.
La prima, e lo dico senza malizia, riguarda proprio la moglie di Antonio Simone: perché solo ora? Perché solo ora ci racconta, da spettatrice, della spregiudicatezza e del narcisismo di “Robertino”, come lei lo chiama? Ciò che dice e ciò che fa intuire nella lettera al Direttore del Corriere della Sera sono cose che lei stessa ha vissute e delle quali, evidentemente, ha goduto e sulle quali ha fino a ora taciuto (barche, party, Antille, grandi alberghi, eccetera). Non male per una “militante ciellina” come si autodefinisce.
La seconda. Pur non entrando nel merito della questione giudiziaria o politica, compito dei giudici e dei partiti, la questione morale non può passare in secondo piano: quali sono oggi i rapporti tra Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione e il suo braccio affaristico, la Compagnia delle Opere? I militanti ciellini ora sanno, e lo sanno attraverso la stampa nazionale e internazionale, a chi hanno dato tempo ed energie e fiducia, come Carla Vites che “ha militato per lui volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona”. Se Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere continuano a eludere l’argomento e a non dare testimonianza di estraneità, il minimo che si possa pensare è un coinvolgimento, se non diretto almeno implicito, del movimento fondato da don Giussani.
La terza e ultima riflessione riguarda invece il Vaticano, dove i vip ciellini sono di casa e occupano posti chiave e di comando, anche tra i porporati, e arrivano fino all’appartamento privato di Sua Santità Benedetto XVI dove prestano la loro opere alcune aderenti ai Memores Domini, laici di CL che vivono i consigli evangelici (povertà castità e obbedienza) come anche il “celeste” che ce ne dà concreta testimonianza nella sua vita privata e politica. Ormai non ci scandalizziamo di nulla ma ci provoca un po’ di fastidio il silenzio d’oltre Tevere come se Comunione e Liberazione e i Memores Domini non fossero riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa. Il silenzio non è sempre d’oro a volte è foriero di conseguenze imprevedibili che violentano la coscienza dei semplici.

Ecco la lettera di Carla Vites al Direttore del Corriere della Sera
"Caro direttore,
ho letto l’intervista pubblicata dal suo giornale a Roberto Formigoni (pagina 9 del «Corriere della Sera»). Da privata cittadina e soprattutto da militante ciellina della prima ora non ho potuto trattenermi dal pormi una serie di domande, anche perché, pur essendo una persona qualunque, la sorte mi ha riservato una conoscenza ravvicinata con l’attuale Governatore della Regione Lombardia. Vede, conosco lui, Antonio Simone ed altri da circa trent’anni. In questa cerchia di relazioni ho avuto modo di condividere molte occasioni di vita di queste persone. Bene, Formigoni non può affermare che «conoscevo Daccò da molti anni, ma non ha mai avuto rapporti direttamente con me, ma con l’assessorato». E sorvoliamo sull’inaccettabile spiegazione riguardo la presenza della Minetti nella sua lista: «Me l’ha detto don Verzé». Scarica il barile sul prossimo, quando a lui sarebbe bastato domandarsi: «Ma questa qui, l’ha mai fatta in vita sua, non dico una riunione di partito, ma almeno di condominio?». E passiamo al fatto che possa serenamente dire che non ha mai avuto rapporti direttamente con Daccò. Ebbene lo spettacolo dei suoi «rapporti» con Daccò è sotto gli occhi dei molti chef d’alto bordo dove regolarmente veniva nutrito a spese di Daccò stesso, vuoi Sadler, vuoi Cracco, vuoi Santin, vuoi Aimo e Nadia, per non parlare dei locali «à la page» della Costa Smeralda dove a chi, come me, accadeva di passare per motivi vari, era possibilissimo ammirare il nostro Governatore seguire come un cagnolino al guinzaglio Daccò, lo stesso con cui non aveva rapporti diretti. Vederli insieme era una gioia degli occhi: soprattutto per una come me che assieme a tanti altri meravigliosi amici di Cl ha militato per lui volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona. Era una gioia degli occhi perché - e qui secondo me è la vera tragedia, cioè non tanto se e come egli abbia intascato soldi - Robertino con Daccò e tutta la sua famigliola, si divertiva e tanto! Eccolo con la sua «24 ore»: me lo vedo sul molo di Portisco arrivare diritto da Milano pronto ad imbarcarsi sullo yacht di Daccò dove le sue figliole (guarda caso, non sono depositarie del diritto a usare del Pirellone come mega location per eventi da migliaia di euro a botta?) lo attendevano con ansia pronte a togliersi il pezzo di sopra del bikini appena il capitano avesse tirato su l’ancora, perché così il sole si prende meglio, chiaramente. Era una gioia degli occhi, ma anche delle orecchie sentire Erika Daccò dire a chiare e forti lettere, me presente, nel giugno 2011, durante una cena - con il suo compagno allora assessore alla Cultura della Regione Lombardia, il quale, interrogato dalla sottoscritta su cosa avrebbe parlato ad un prossimo convegno, ovviamente rispose: «Ma di cultura!». E io a dirmi: «Che stupida sei: un assessore alla Cultura di cosa vuoi che parli? Ma di cultura! E se fosse stato all’agricoltura? Di agricoltura» -: «Pensa noi Daccò siamo i migliori amici di Formigoni e non riusciamo a dirgli di non indossare quelle orrende camicie a fiori»! Ma certo, ci credo anch’io che Robertino non abbia mai raccolto soldi od altri effetti dalle frequentazioni col faccendiere Daccò: a lui bastava l’onore di essere al centro di feste e banchetti, yacht e ville. Che se ne dovrebbe fare dei soldi uno così narcisista? I soldi a lui non servivano. Tranne per qualche camicia a fiori o per una giacca orrendamente gialla. Cl, a mio avviso, deve avere un sussulto di gelosia per la propria identità, per quello che Giussani pensava al momento della fondazione. A questo punto, bisogna domandarsi, con Benedetto XVI: «Perché facciamo quello che facciamo?» Per finire, credo che il travaso di bile di cui questa mia è segno non sarebbe forse avvenuto se, dopo avere letto sul «Corriere», a pagina 9, le falsità dette da Roberto, non avessi visto, nella Cronaca di Milano, il Governatore a tutto campo mollemente adagiato su un letto megagalattico del Salone del Mobile, che se la ride soddisfatto. Vede, oggi (ieri, ndr) è il 58° compleanno del suo migliore amico Antonio Simone, detenuto nelle patrie galere di San Vittore da venerdì alle 16.
Mi risulta che il suo migliore amico, mentre lui si adagia mollemente a beneficio dei giornalisti esibendo quel che resta di un fisico a suo tempo quasi prestante, deve discutere su chi oggi avrà il diritto di allungare le proprie di gambe all’interno di una cella che ospita altri 5 detenuti.
Ecco, allora io vorrei approfittare per dire, davanti a tutti: «Auguri Antonio!».
Carla Vites"


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giovedì 19 aprile 2012

DOPPIAMENTE STRANIERO

Se un giovane è nato in Italia, per esempio a Moncalieri vicino a Torino, ventiquattro anni fa e frequenta, sempre in Italia, le scuole elementari e lavoricchia, in Italia, da quando era bambino: secondo voi non è italiano?
La risposta, per logica e per sentimento, dovrebbe essere e per me è: sì, è italiano.
Se alle notizie precedenti aggiungiamo che è di etnia Rom (non so se il termine “etnia” è appropriato perché tutti i termini che tendono a classificare o dividere gli uomini mi fanno orrore) e che una piccola macchia sulla fedina penale c’è per un tentato furto e che al compimento dei 18 anni non ha chiesto la cittadinanza italiana, la risposta rimane la stessa?
La risposta dovrebbe ancora essere e per me ancora è: sì, è italiano.
Infatti, l’etnia non può pregiudicare la nazionalità e nemmeno un tentato furto per il quale ha già pagato con cinque mesi di carcere; inoltre non aver richiesto a tempo debito la cittadinanza italiana non è indice di compiacimento per la propria clandestinità ma forse sottende l’incapacità di rispondere adeguatamente a una burocrazia mortificante anche per noi italiani forniti di pedigree.

Sto parlando di Dejan Lazic, nato a Moncalieri ventiquattro anni or sono, da genitori Rom, mai uscito dall’Italia, che dopo i cinque mesi di carcere che gli sono stati comminati è stato assegnato dal giudice di pace di Milano, contro la legge vigente, al CIE di via Corelli (Centro di Identificazione ed Espulsione: una specie di lager, legalizzato dai precedenti governi a ispirazione xenofobo-leghista) e da lì imbarcato su un aereo per Belgrado in Serbia.
A Belgrado non ci sarà nessuno ad aspettarlo: non conosce la città poiché non vi è mai stato, non ha parenti o amici perché sono tutti in Italia, non ha un lavoro per mantenersi, forse non parla nemmeno il serbo. Insomma è doppiamente straniero: prima in Italia e poi in Serbia.
E vi pare che questo zelante giudice di pace, rappresentante dello Stato italiano, abbia praticato la pace? A me pare che questo ragazzo sia stato gravemente offeso nella sua dignità di uomo e che noi pure siamo offesi da una mentalità razzista che ormai è penetrata nelle nostre coscienze, una mela avvelenata, intaccando il naturale “umano” che c’è o dovrebbe essere in tutti noi.

Tutti i nati in Italia dovrebbero essere cittadini italiani: è solo un minimo, tanto per cominciare.
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