giovedì 23 agosto 2012

(RI)LEGGERE SILONE


Dopo una intensissima e amatissima vacanza sulle alpi assieme ad una marea di amici europei, latinoamericani, messicani e giapponesi in una sorta di antibabele o se vogliamo di pentecoste cristiana contemporanea, sarebbe più naturale riprendere la mia “fatica” di blogger scribacchiando della crisi economica o dell’ILVA o delle sberleccate ai potenti di cui sono campioni, a detta di Famiglia Cristiana, i moderni ciellini guidati dal celeste e indagato Formigoni.
Riprendo non su questi argomenti, questi li lascio per i prossimi giorni, ma su un commento apparso sull’Osservatore Romano di oggi, 23 agosto, a firma di Arturo Colombo riguardante una sintetica rilettura dello scrittore Ignazio Silone che, per noi ultrasessantenni e cattolici, fu, al tempo della contestazione sessantottina che ci vide in prima linea nelle piazze italiane, un autore fondamentale.
Rileggere queste poche righe mi ha ricordato la commozione che mi prendeva, allora, davanti al personaggio di papa Celestino V e come, giovane, mi immedesimavo nel suo dolore, dolore dell’anima e del corpo insieme, o come il senso sociale del mio sessantotto fosse nel riconoscermi, in qualche modo, nei “cafoni” di Fontamara. Vi propongo l’articolo sperando che anche a voi, come già a me, venga la voglia di rileggere (o leggere per la prima volta) Silone.
 
 
Una rilettura di Ignazio Silone
A volte e meglio andarsene
di ARTURO COLOMBO
Non so qual è, oggigiorno, la nomea non solo come scrittore di Ignazio Silone nel mondo della letteratura contemporanea, anche perché sulla sua figura continua a incidere, a pesare, un certo ostracismo politico che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando egli aveva rotto con il partito comunista, e di conseguenza era stato “espulso” da quello che avrebbe considerato non più un organismo politico, ma insieme una scuola, una caserma, addirittura «un’istituzione totalitaria sono sue parole nel senso più completo e genuino della parola», che «impegna interamente chi vi si sottomette».
Da allora, quella durissima esperienza avrebbe segnato quasi ogni pagina, che Silone (1900-1978) non tralascerà di scrivere come testimonianza della sua coerente scelta di vita, decisamente contraria a subire gli obblighi, i veti e gli ostracismi che qualunque potere tendesse a imporre alla sua sete di libertà, di indipendenza. Il che non gli impedirà di mantenere un forte spirito di solidarietà verso i poveri e gli oppressi, cosi come di conservare intatto quel sentimento religioso (o di religiosità) che, giovanissimo, aveva imparato da don Orione. Tanto da sentire il diritto-dovere di confessare più volte: «io sono un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa».
Del resto, spetta a Guido Piovene di aver sostenuto, senza ombra di dubbio, che Silone «è uno spirito religioso», appena finito di leggere L’avventura d’un povero cristiano, uno dei libri-chiave per capire davvero l’originalità e la coerenza di Silone. Eravamo nel 1968, e di volumi indispensabili per intendere le singolari caratteristiche della sua narrativa Silone ne aveva già dato alle stampe più d’uno, da Fontamara (1934) a Pane e vino (1937, poi riveduto anche nel titolo, Vino e pane), a Una manciata di more (1952), a La volpe e le camelie (1960).
Comunque, rispetto a questi romanzi, L’avventura d’un povero cristiano è un’opera notevolmente diversa, non solo perche si sviluppa come un dramma in tre tempi, ma perché pone al centro alcuni personaggi storici, che vivono in un preciso momento, ossia verso la fine del XIII secolo: per l’esattezza nel 1294.
E scomparso Papa Niccolò IV, e solo dopo un lunghissimo conclave viene finalmente eletto il Pietro Angelerio del Morrone, un frate eremita della Maiella, che superando una quantità di esitazioni e dubbi accetta, assume il nome di Celestino V e tenta di imprimere alla Chiesa un rinnovato impegno di fraternità e di pace.
Ma le difficoltà risultano subito molte; anzi, per Papa Celestino sono addirittura troppe. Tant’è vero che nel giro di pochi mesi rassegna le dimissioni (anche se Silone non esita a rifiutare la tesi di Dante, secondo cui quel frate «fece per viltade il gran rifiuto»), e al suo posto verrà scelto il cardinale Benedetto Caetani, assurto al soglio pontificio con il nome di Papa Bonifacio VIII.
Le due personalità non potrebbero essere più diverse: la prima come simbolico esponente di una Chiesa “profetica”, sempre più dedita a perseguire e rendere operante la purezza evangelica, la seconda ossia Papa Caetani convinta nel sostenere una Chiesa che «non può ritirarsi dalla scena politica e rimanere inerte».
Certo, non manca una parte di voluta provocazione in quanto sostiene Silone. Tant’è vero che lui stesso è pronto a ripetere: «ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro», anche se non è del tutto vero questo drastico giudizio siloniano (e basterebbe ricordare altri suoi titoli: penso, per esempio, a La scuola dei dittatori, oppure ai saggi raccolti in Uscita di sicurezza). Tuttavia, quello che rimane costante, non solo nella narrativa di Silone, è il convinto richiamo al mondo dei più umili, dei più poveri, a cominciare dal quel mondo dei «cafoni», di cui sono piene le pagine di Fontamara.
Ma non è tutto, perché anche nei momenti di maggiore difficoltà, nelle situazioni più traumatiche, Silone è convinto che non può non resistere, e persistere, quello straordinario messaggio cristiano, di cui proprio i ceti più umili, più sfruttati e oppressi si sentono decisi portatori, pronti a accogliere «l’umile accettazione del dolore come elemento indissociabile della condizione umana» (sono parole che Silone ha affidato a un articolo, apparso su «La Fiera Letteraria» dell’11 aprile 1954, intitolato Terra di santi e di muratori e dedicato alla sua terra d’Abruzzo, «povera di storia civile» ma fra «le più cristiane d’Italia»).
Solo così, forse, si capisce ancora meglio la forzata scelta dell’esilio, che accompagnerà non poca parte della vita di Silone, e gli detterà queste limpide parole: «bisogna amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignità, è meglio andarsene».
 
 
 
 
Stampa il post completo

Nessun commento:

Posta un commento