Dopo una intensissima e
amatissima vacanza sulle alpi assieme ad una marea di amici europei,
latinoamericani, messicani e giapponesi in una sorta di antibabele o se
vogliamo di pentecoste cristiana contemporanea, sarebbe più naturale riprendere
la mia “fatica” di blogger scribacchiando della crisi economica o dell’ILVA o
delle sberleccate ai potenti di cui sono campioni, a detta di Famiglia
Cristiana, i moderni ciellini guidati dal celeste e indagato Formigoni.
Riprendo non su questi
argomenti, questi li lascio per i prossimi giorni, ma su un commento apparso
sull’Osservatore Romano di oggi, 23
agosto, a firma di Arturo Colombo riguardante
una sintetica rilettura dello scrittore Ignazio
Silone che, per noi ultrasessantenni e cattolici, fu, al tempo della
contestazione sessantottina che ci vide in prima linea nelle piazze italiane,
un autore fondamentale.
Rileggere queste poche righe mi
ha ricordato la commozione che mi prendeva, allora, davanti al personaggio di papa
Celestino V e come, giovane, mi immedesimavo nel suo dolore, dolore dell’anima
e del corpo insieme, o come il senso sociale del mio sessantotto fosse nel
riconoscermi, in qualche modo, nei “cafoni” di Fontamara. Vi propongo l’articolo sperando che anche a voi, come già
a me, venga la voglia di rileggere (o leggere per la prima volta) Silone.
Una rilettura di Ignazio Silone
A volte e meglio andarsene
di ARTURO COLOMBO
Non so qual è, oggigiorno, la
nomea — non solo come
scrittore —
di Ignazio Silone nel mondo della letteratura contemporanea, anche perché sulla
sua figura continua a incidere, a pesare, un certo ostracismo politico che
risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando egli aveva rotto con il
partito comunista, e di conseguenza era stato “espulso” da quello che avrebbe considerato
non più un organismo politico, ma insieme una scuola, una caserma, addirittura «un’istituzione
totalitaria —
sono sue parole —
nel senso più completo e genuino della parola», che «impegna
interamente chi vi si sottomette».
Da allora, quella durissima
esperienza avrebbe segnato quasi ogni pagina, che Silone (1900-1978) non
tralascerà di scrivere come testimonianza della sua coerente scelta di vita, decisamente
contraria a subire gli obblighi, i veti e gli ostracismi che qualunque potere
tendesse a imporre alla sua sete di libertà, di indipendenza. Il che non gli
impedirà di mantenere un forte spirito di solidarietà verso i poveri e gli
oppressi, cosi come di conservare intatto quel sentimento religioso (o di
religiosità) che, giovanissimo, aveva imparato da don Orione. Tanto da sentire
il diritto-dovere di confessare più volte: «io sono un socialista senza
partito e un cristiano senza chiesa».
Del resto, spetta a Guido Piovene
di aver sostenuto, senza ombra di dubbio, che Silone «è uno
spirito religioso», appena finito di leggere L’avventura d’un povero
cristiano, uno dei libri-chiave per capire davvero l’originalità e la coerenza
di Silone. Eravamo nel 1968, e di volumi indispensabili per intendere le
singolari caratteristiche della sua narrativa Silone ne aveva già dato alle
stampe più d’uno, da Fontamara (1934) a Pane e vino (1937, poi
riveduto anche nel titolo, Vino e pane), a Una manciata di more (1952),
a La volpe e le camelie (1960).
Comunque, rispetto a questi
romanzi, L’avventura d’un povero cristiano è un’opera notevolmente diversa,
non solo perche si sviluppa come un dramma in tre tempi, ma perché pone al
centro alcuni personaggi storici, che vivono in un preciso momento, ossia verso
la fine del XIII secolo: per l’esattezza nel 1294.
E scomparso Papa Niccolò IV, e
solo dopo un lunghissimo conclave viene finalmente eletto il Pietro Angelerio
del Morrone, un frate eremita della Maiella, che — superando una quantità di
esitazioni e dubbi —
accetta, assume il nome di Celestino V e tenta di imprimere alla Chiesa un
rinnovato impegno di fraternità e di pace.
Ma le difficoltà risultano subito
molte; anzi, per Papa Celestino sono addirittura troppe. Tant’è vero che nel
giro di pochi mesi rassegna le dimissioni (anche se Silone non esita a
rifiutare la tesi di Dante, secondo cui quel frate «fece per
viltade il gran rifiuto»), e al suo posto verrà scelto il
cardinale Benedetto Caetani, assurto al soglio pontificio con il nome di Papa Bonifacio
VIII.
Le due personalità non potrebbero
essere più diverse: la prima come simbolico esponente di una Chiesa “profetica”,
sempre più dedita a perseguire e rendere operante la purezza evangelica, la
seconda — ossia Papa
Caetani — convinta nel sostenere una Chiesa che «non
può ritirarsi dalla scena politica e rimanere inerte».
Certo, non manca una parte di
voluta provocazione in quanto sostiene Silone. Tant’è vero che lui stesso è
pronto a ripetere: «ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo
di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro»,
anche se non è del tutto vero questo drastico giudizio siloniano (e basterebbe
ricordare altri suoi titoli: penso, per esempio, a La scuola dei dittatori,
oppure ai saggi raccolti in Uscita di sicurezza). Tuttavia, quello che
rimane costante, non solo nella narrativa di
Silone, è il convinto richiamo al mondo dei più umili, dei più poveri, a
cominciare dal quel mondo dei «cafoni», di cui
sono piene le pagine di Fontamara.
Ma non è tutto, perché anche nei momenti
di maggiore difficoltà, nelle situazioni più traumatiche, Silone è convinto che
non può non resistere, e persistere, quello straordinario messaggio cristiano,
di cui proprio i ceti più umili, più sfruttati e oppressi si sentono decisi
portatori, pronti a accogliere «l’umile accettazione del dolore come elemento
indissociabile della condizione umana» (sono parole che Silone ha
affidato a un articolo, apparso su «La Fiera Letteraria»
dell’11 aprile 1954, intitolato Terra di santi e di muratori e
dedicato alla sua terra d’Abruzzo, «povera di storia civile» ma fra «le
più cristiane d’Italia»).
Solo così, forse, si capisce
ancora meglio la forzata scelta dell’esilio, che accompagnerà non poca parte
della vita di Silone, e gli detterà queste limpide parole: «bisogna
amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole
conservare la propria dignità, è meglio andarsene».
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