martedì 28 agosto 2012

MARINALEDA E LA SCONFITTA DELLA POVERTÀ


Questa storia si svolge a Marinaleda, un paese andaluso di 2600 anime, posto nel profondo sud della Spagna. Cosa c’entra, vi chiederete, questo paese con i nostri problemi di spread (che dio lo maledica), di crisi, di disoccupazione e di miseria materiale e culturale?
Portate pazienza e ve lo spiego.
Tasso di disoccupazione uguale a zero. Hanno occupato per anni delle terre agricole al grido di “la terra a chi lavora”; hanno creato una cooperativa, la Cooperativa Humar-Marinaleda SCA che, dal 1992, è diventata proprietaria delle terre occupate e lì coltivano fagioli, carciofi, peperoni e producono olio di oliva; per non farsi mancare nulla hanno impiantato una fabbrica di conserve, un mulino, un frantoio, delle serre, delle strutture per l’allevamento del bestiame, un negozio. Tutti, insomma, hanno qualcosa da fare: chi direttamente nella produzione (campi e trasformazione dei prodotti), chi nella vendita, chi nei servizi di pubblica utilità e tutti percepiscono lo stesso stipendio, circa 1.200 euro al mese.
La casa. Vuoi una casa tutta tua, di congrua metratura per la tua famiglia e hai solo a disposizione 15 euro al mese? Ti metti assieme ad altri che hanno il tuo stesso problema, l’amministrazione comunale ti offre la terra che è di sua proprietà, fornisce i materiali per la costruzione delle abitazioni, mette a disposizione alcuni operai edili e con il lavoro e la collaborazione di tutti, interessati compresi, si costruisce la casa. I futuri proprietari si riuniscono, poi, una o due volte al mese per seguire il corso dei lavori o stabilire modifiche ai progetti su carta o, al termine dei lavori, per stabilire la quota mensile da pagare per divenire proprietario della casa che si sta edificando.
La scuola. In questo paese quasi dimenticato da dio, il semianalfabetismo era di casa. Ora, le scuole non mancano più, dalla materna all’istituto superiore, a prezzi assolutamente irrisori basti pensare che il servizio mensa, per ogni ordine e grado di scuola, ha un costo che non supera i 15 euro mensili.
La vita sociale. Le basi della convivenza civile sono l’uguaglianza e la reale partecipazione della popolazione in tutte le decisioni da prendere sia in campo sociale e politico che in campo economico e amministrativo. Il bilancio stesso dell’amministrazione o gli investimenti da programmare vengono discussi con la popolazione, vengono portati per la discussione e l’approvazione nelle varie assemblee di quartiere fino ad arrivare alle assemblee di condominio. Una democrazia così partecipata che non necessita nemmeno della presenza nel paese di forze di polizia. Sul web c’è molto materiale da consultare in merito.
Ora andiamo a conoscere l’artefice di questa “isola di resistenza” alla speculazione, alle banche, alla crisi, alla casta politica, ai guru dell’economia, ai tecnici bocconiani, ai mandrilloni ormai ottuagenari.
È Juan Manuel Sánchez Gordillo, dal 1979 alcalde indiscusso e apprezzato di Marinaleda, già leader del Sindacato dei Lavoratori del Campo (SOC) e del Sindacato Andaluso dei Lavoratori (SAT). La sua autorevolezza, la sua ricerca della giustizia e la sua capacità di rischio hanno lanciato un vero esperimento politico ed economico che si sviluppa nella pratica quotidiana del coinvolgimento reale di tutta la popolazione. 
 
Questa storia mi richiama, in un certo senso, a una concezione della ricchezza e quindi del possesso differente da ciò che ci propone oggi la nostra società malata di affarismo e di prevaricazione: ciò che io possiedo (e non mi riferisco solo alle cose, ma anche alle mie doti, alle mie capacità, alle mie conoscenze) se ce l’ho é perché è dato a tutti, attraverso di me. È il concetto proprio del possesso che cambia l’idea: concepire ciò che si possiede non solo per l’utilità personale, o per il gusto-piacere del possesso proprio, ma un possesso in funzione della totalità e degli altri.
Se si crea questa mentalità, questo modo di agire, é finita la povertà. Questa mi pare sia la morale della reale “favola” di Juan Manuel Sánchez Gordillo.
Grazie a lui e ai suoi compaesani.
 
 
 
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giovedì 23 agosto 2012

(RI)LEGGERE SILONE


Dopo una intensissima e amatissima vacanza sulle alpi assieme ad una marea di amici europei, latinoamericani, messicani e giapponesi in una sorta di antibabele o se vogliamo di pentecoste cristiana contemporanea, sarebbe più naturale riprendere la mia “fatica” di blogger scribacchiando della crisi economica o dell’ILVA o delle sberleccate ai potenti di cui sono campioni, a detta di Famiglia Cristiana, i moderni ciellini guidati dal celeste e indagato Formigoni.
Riprendo non su questi argomenti, questi li lascio per i prossimi giorni, ma su un commento apparso sull’Osservatore Romano di oggi, 23 agosto, a firma di Arturo Colombo riguardante una sintetica rilettura dello scrittore Ignazio Silone che, per noi ultrasessantenni e cattolici, fu, al tempo della contestazione sessantottina che ci vide in prima linea nelle piazze italiane, un autore fondamentale.
Rileggere queste poche righe mi ha ricordato la commozione che mi prendeva, allora, davanti al personaggio di papa Celestino V e come, giovane, mi immedesimavo nel suo dolore, dolore dell’anima e del corpo insieme, o come il senso sociale del mio sessantotto fosse nel riconoscermi, in qualche modo, nei “cafoni” di Fontamara. Vi propongo l’articolo sperando che anche a voi, come già a me, venga la voglia di rileggere (o leggere per la prima volta) Silone.
 
 
Una rilettura di Ignazio Silone
A volte e meglio andarsene
di ARTURO COLOMBO
Non so qual è, oggigiorno, la nomea non solo come scrittore di Ignazio Silone nel mondo della letteratura contemporanea, anche perché sulla sua figura continua a incidere, a pesare, un certo ostracismo politico che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando egli aveva rotto con il partito comunista, e di conseguenza era stato “espulso” da quello che avrebbe considerato non più un organismo politico, ma insieme una scuola, una caserma, addirittura «un’istituzione totalitaria sono sue parole nel senso più completo e genuino della parola», che «impegna interamente chi vi si sottomette».
Da allora, quella durissima esperienza avrebbe segnato quasi ogni pagina, che Silone (1900-1978) non tralascerà di scrivere come testimonianza della sua coerente scelta di vita, decisamente contraria a subire gli obblighi, i veti e gli ostracismi che qualunque potere tendesse a imporre alla sua sete di libertà, di indipendenza. Il che non gli impedirà di mantenere un forte spirito di solidarietà verso i poveri e gli oppressi, cosi come di conservare intatto quel sentimento religioso (o di religiosità) che, giovanissimo, aveva imparato da don Orione. Tanto da sentire il diritto-dovere di confessare più volte: «io sono un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa».
Del resto, spetta a Guido Piovene di aver sostenuto, senza ombra di dubbio, che Silone «è uno spirito religioso», appena finito di leggere L’avventura d’un povero cristiano, uno dei libri-chiave per capire davvero l’originalità e la coerenza di Silone. Eravamo nel 1968, e di volumi indispensabili per intendere le singolari caratteristiche della sua narrativa Silone ne aveva già dato alle stampe più d’uno, da Fontamara (1934) a Pane e vino (1937, poi riveduto anche nel titolo, Vino e pane), a Una manciata di more (1952), a La volpe e le camelie (1960).
Comunque, rispetto a questi romanzi, L’avventura d’un povero cristiano è un’opera notevolmente diversa, non solo perche si sviluppa come un dramma in tre tempi, ma perché pone al centro alcuni personaggi storici, che vivono in un preciso momento, ossia verso la fine del XIII secolo: per l’esattezza nel 1294.
E scomparso Papa Niccolò IV, e solo dopo un lunghissimo conclave viene finalmente eletto il Pietro Angelerio del Morrone, un frate eremita della Maiella, che superando una quantità di esitazioni e dubbi accetta, assume il nome di Celestino V e tenta di imprimere alla Chiesa un rinnovato impegno di fraternità e di pace.
Ma le difficoltà risultano subito molte; anzi, per Papa Celestino sono addirittura troppe. Tant’è vero che nel giro di pochi mesi rassegna le dimissioni (anche se Silone non esita a rifiutare la tesi di Dante, secondo cui quel frate «fece per viltade il gran rifiuto»), e al suo posto verrà scelto il cardinale Benedetto Caetani, assurto al soglio pontificio con il nome di Papa Bonifacio VIII.
Le due personalità non potrebbero essere più diverse: la prima come simbolico esponente di una Chiesa “profetica”, sempre più dedita a perseguire e rendere operante la purezza evangelica, la seconda ossia Papa Caetani convinta nel sostenere una Chiesa che «non può ritirarsi dalla scena politica e rimanere inerte».
Certo, non manca una parte di voluta provocazione in quanto sostiene Silone. Tant’è vero che lui stesso è pronto a ripetere: «ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro», anche se non è del tutto vero questo drastico giudizio siloniano (e basterebbe ricordare altri suoi titoli: penso, per esempio, a La scuola dei dittatori, oppure ai saggi raccolti in Uscita di sicurezza). Tuttavia, quello che rimane costante, non solo nella narrativa di Silone, è il convinto richiamo al mondo dei più umili, dei più poveri, a cominciare dal quel mondo dei «cafoni», di cui sono piene le pagine di Fontamara.
Ma non è tutto, perché anche nei momenti di maggiore difficoltà, nelle situazioni più traumatiche, Silone è convinto che non può non resistere, e persistere, quello straordinario messaggio cristiano, di cui proprio i ceti più umili, più sfruttati e oppressi si sentono decisi portatori, pronti a accogliere «l’umile accettazione del dolore come elemento indissociabile della condizione umana» (sono parole che Silone ha affidato a un articolo, apparso su «La Fiera Letteraria» dell’11 aprile 1954, intitolato Terra di santi e di muratori e dedicato alla sua terra d’Abruzzo, «povera di storia civile» ma fra «le più cristiane d’Italia»).
Solo così, forse, si capisce ancora meglio la forzata scelta dell’esilio, che accompagnerà non poca parte della vita di Silone, e gli detterà queste limpide parole: «bisogna amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignità, è meglio andarsene».
 
 
 
 
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venerdì 20 luglio 2012

CANNIBALISMO A BUON MERCATO


Mi sono ritrovato, l’altra sera, a cena con alcuni grandi amici, amici di vecchia data, e uno degli argomenti di discussione e commento è stato il default della Regione Sicilia. Ho provato a spiegare che forse la situazione non è proprio come viene descritta dai giornali, specialmente quelli di proprietà del mandrillone, ma ho anche provato la sensazione che i miei amici non avessero preso nella dovuta considerazione la mia “arringa” a difesa dell’isola come se, essendo siciliano, mi fossi prodotto in una “difesa d’ufficio”, non convinta.
Ho trovato oggi questo articolo apparso su “SiciliaInformazioni.com” (qui l’originale) che mi pare analizzi e giudichi sufficientemente bene la situazione e dia man forte alla mia assolutamente convinta opinione. Lo offro volentieri ai miei amici.


SICILIA BOCCIATA DOPO AVERE SUPERATO 3 ESAMI. IL DEFAULT DEI CANNIBALI

È una brutta storia. I giornali ci hanno ballato sopra, la Sicilia ne esce con le ossa rotte. È stata messa alla gogna con un cinismo ed una baldanza ignobili, oltre che sospetti. Non si può impunemente dichiarare la morte civile di una Regione come se si comunicasse l’arrivo della stagione estiva e non ci sono ombrelloni per ripararsi dal sole. “La Sicilia è fallita”, ha titolato a tutta pagina, in prima, il quotidiano Libero. E Il Giornale di Berlusconi il giorno successivo ha spiegato che il fallimento è stato scongiurato grazie ad una regalia dello Stato. “Da Roma”, si leggeva nel sommario, “arriva il versamento di 400 milioni di euro alla Sicilia. Il governo assicura: il rischio default è stato risolto. E il governatore evita le dimissioni”.
Una montagna di menzogne, una sopra l’altra. E se non è così, va peggio: chi ha sbagliato paghi. Se sono stati commessi dei falsi nel bilancio della Regione siciliana per sperperare, come scrivono alcuni giornali, allora i colpevoli devono finire dietro le sbarre per il resto dei loro giorni, avendo creato le condizioni per affamare una comunità di tre milioni e mezzo di persone. Il fallimento della Regione siciliana, infatti, trascina con sé, come uno tsunami, tutto ciò che trova. E nell’isola il sessanta, forse di più, dell’attività economica gira attorno alle risorse pubbliche.
Se, dunque, questo terribile annuncio è stato dato con leggerezza e non risponde al vero nemmeno in parte, l’allarme sociale, oltre che il danno d’immagine, vanno perseguito alla stessa stregua dei presunti falsificatori del bilancio. Insomma, qualcuno deve pagare. E caro, se possibile.
Nell’annunciare lo scampato pericolo, o quasi, Il Giornale ha riferito di 400 milioni trasferiti alle casse regionali, attribuendo a questo trasferimento il merito di avere salvato la Regione dal fallimento e di avere evitato le dimissioni del governatore Raffaele Lombardo.
Nonostante l’annuncio dello scampato pericolo, però, sempre in prima pagina, si leggeva un altro titolo: “La Sicilia è già fallita: niente Statuto speciale alle Regioni sprecone”. E nel testo: “Con un debito di oltre cinque miliardi di euro la Sicilia è la Grecia d’Italia….”.
Bugie grandi quanto una casa. Con 400 milioni di euro non si salva nemmeno un piccolo comune: il default sarebbe inevitabile, figuriamoci la Regione siciliana che ha un bilancio di 27 miliardi di euro. Ma c’è di più: la somma trasferita appartiene alla Regione, non è una regalia. La Sicilia, infatti, svolge funzioni che nelle altre regioni vengono svolte dallo Stato (motorizzazione civile, forestali ecc), e riceve pertanto le compensazioni derivanti da queste incombenze. Inoltre i siciliani pagano le tasse, come i liguri, i lombardi e gli altri. Ed una quota delle tasse spetta alla Regione. Essendo, però, una Regione a Statuto speciale, come le sue consorelle, non trattiene la parte che gli spetta direttamente, ma li ottiene attraverso un trasferimento dallo Stato. Siccome, com’è noto, Roma è in crisi di liquidità, e prima di Monti in crisi di volontà, le risorse della Sicilia non sono state trasferite, provocando problemi di liquidità.
I 400 milioni di euro, infine, sono un’anticipazione della somma dovuta di più di un miliardo di euro.
Il bilancio della Regione rischia il default? E’ la Grecia?
Nei mesi che hanno preceduto la dichiarazione d’insolvenza, resa credibile dall’inusuale lettera “pubblica” del Capo del governo, ci sono state tre verifiche, informali e formali: una ricerca – il Report 2011 – della Banca d’Italia, il giudizio di parificazione della Corte dei Conti e le “pronunce” delle agenzie di rating, le famigerate Moody’s, Fitch e Standard & Poors. La Banca d’Italia non ha rilevato alcun pericolo di default, riferendo sul debito della Regione. La Corte dei Conti ha parificato il Bilancio, cioè l’ha approvato, non trovando alcuna irregolarità, nè “poste” false. Le Agenzie di Rating hanno classificato la solvibilità della Regione siciliana con la categoria BAA2, la stessa concessa alla Lombardia, il Veneto ed altre regioni importanti del Nord, giudicate in buono stato di salute. Le agenzie di rating hanno declassato, però, altre Regioni, come il Piemonte del leghista Cota, attribuendole un livello di solvibilità inferiore. Se fosse fallita la Sicilia, il Piemonte avrebbe dovuto già digerire il default.
Allora, come stanno le cose? La Sicilia è stata data in pasto ai cannibali o che cosa? Vogliono “santificare” Raffaele Lombardo, inventandosi un intrigo inqualificabile? Perché di questo si tratta. L’attacco all’arma bianca, indecente, pretestuoso e cinico, potrebbe provocare tanta indignazione, quanto ne provoca lo spreco di denaro pubblico.




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giovedì 19 luglio 2012

MA QUALE DELITTO DI LESA MAESTÀ!!!


A me pare che la pacata analisi di Daniela Gaudenzi, apparsa su “Il Fatto Quotidiano” del 17 luglio (qui l’originale), sul can can sollevato da Giorgio Napolitano con il conflitto di attribuzione con la magistratura (all’interno delle indagini sulla trattativa Stato-Cosa Nostra e in merito alle intercettazioni telefoniche indirette), fornisca una chiave di lettura ed esprima un giudizio più che condivisibili. Ve la propongo.

NAPOLITANO, TRA SEGRETI E CONFLITTO AD PERSONAM
di Daniela Gaudenzi, 17 luglio 2012

Il ventennale della strage di Via D’Amelio, dopo i giorni delle accuse, degli attacchi, delle delegittimazioni istituzionali ai magistrati di Palermo che conducono l’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra, non poteva essere “celebrato” in modo più inimmaginabile: e cioè con il decreto sul conflitto di attribuzione stilato da Napolitano nei confronti della procura palermitana.
Secondo il ministro della Giustizia Paola Severino, paladina dell’assoluta segretezza delle conversazioni, si tratta del percorso più lineare che poteva essere intrapreso dal Capo dello Stato e di un’occasione per chiarire ed integrare da parte della Corte Costituzionale una disciplina giuridica “lacunosa” in materia di intercettazioni indirette, quando a sollevare la cornetta sia un’alta carica dello Stato.
Può darsi che sotto il profilo tecnico ed in un’ottica di giurisprudenza costituzionale sticto sensu, si tratti di un’occasione di chiarimento.
Ma sotto il profilo politico e del rapporto, mai così compromesso tra cittadini ed istituzioni, la mossa della presidenza della Repubblica, motivata dall’intento dichiarato di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura” nello spirito di Einaudi, suona come la rivendicazione esibita di assoluto arbitrio ed intangibilità.
L’articolo 90 della Costituzione a cui fa riferimento esplicito (unitamente all’art.7 della legge 219 del 1989) il decreto sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il presunto abuso della procura di Palermo, rea di non aver interrotto e/o distrutto immediatamente le intercettazioni intercorse tra Nicola Mancino ed il Quirinale, stabilisce che “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.
Sembrerebbe lecito e pertinente domandarsi se, accanto e parallelamente alla rete di telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino, tutte tese a rassicurare l’indagato per falsa testimonianza e ad attivarsi in tal senso, anche le due dirette tra l’ex ministro ed il presidente della Repubblica debbano essere considerate tra “gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.
A prescindere del fatto fondamentale che si tratta di intercettazioni “casuali ed indirette” come ha ribadito il procuratore Messineo e che i magistrati si sono attenuti alla procedura in vigore, è un delitto di lesa maestà chiedersi se nelle funzioni del capo dello Stato, tra l’altro garante della Costituzione e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, rientrino le cure e gli imput per tutelare un ex ministro che da testimone stava (consapevolmente) diventando imputato per false dichiarazioni ai Pm?
Sulla attendibilità delle dichiarazioni di Nicola Mancino si pronunceranno i magistrati; però noi comuni cittadini possiamo intanto liberamente valutare secondo il nostro buon senso se quello che va dicendo in TV o in contesti pubblici in merito alla trattativa, o come la si voglia chiamare, ha un fondamento o una parvenza di verità.
Poche ore fa nel dibattito con Mentana su La 7 a seguito de Il Divo, Nicola Mancino ha ribadito quanto ha testimoniato a Palermo e cioè che non ha incontrato privatamente Paolo Borsellino il 1 luglio del ’92, appena insediato al Viminale, che non si sono parlati e che comunque non lo ricorda dato che non sapeva che faccia avesse il magistrato più famoso d’Italia, dopo Giovanni Falcone. E a seguire ha negato di aver mai incontrato il generale Dalla Chiesa, di “essersi sempre sentito lontano dalla Sicilia” , di aver incontrato Calogero Mannino, massimo esponente siciliano della sinistra Dc di cui Mancino faceva parte, una sola una volta in Translatantico.
Infine, incredibile ma vero, ha citato Totò Riina come teste a discarico, contro la deposizione di Giovanni Brusca che nel processo Mori ha dichiarato che Mancino era a conoscenza del “canale aperto” dallo stesso Mori e uomini del Ros con Vito Ciancimino e delle richieste mafiose condensate nel “papello”.
Senza fare esercizio spericolato di fantasia e di dietrologia è quantomeno possibile identificare il perimetro degli argomenti che possono aver toccato l’ex ministro ed ex potente democristiano, ora semplice cittadino imputato, ed il Capo dello Stato nei momenti più calienti dell’inchiesta in quelle telefonate top secret.
Se come ha rivendicato Napolitano, elevando un conflitto di attribuzione con la magistratura, che non ha precedenti nella storia repubblicana (altra cosa quello con il ministro della giustizia in materia di grazia risolto con sentenza costituzionale n.200/2006), il bene tutelato sarebbe quello di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura”, la strada maestra era quella di lasciar “piangere il telefono” o in subordine di dare in qualche modo conto ai cittadini del contenuto di quelle conversazioni.





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lunedì 16 luglio 2012

L’IMMORALE


La mia indole e la mia educazione mi portano ad amare e ad aver compassione per chi subisce una disgrazia, per chi sopporta un dolore, per chi non ha più lacrime da piangere, per chi è vessato, per chi non ha di che mangiare o bere, per chi, insomma, soffre. La mia indole e la mia educazione mi portano anche ad amare e ad aver compassione per chi procura un dolore, per chi fa versare lacrime, per chi opprime, per chi affama o asseta, per chi, insomma, fa soffrire. Certo, in questo secondo caso, con modalità molto differenti rispetto alla prima situazione.
Dico questo perché mi è stato suggerito di leggere sulla rivista online “Tempi”, periodico assimilabile alle pubblicazioni del mondo di Comunione e Liberazione (e, pertanto, da me normalmente scartata come “cattiva stampa”) una lettera del vescovo di San Marino Luigi Negri, anch’egli tra i responsabili di CL. Nella lettera, al vescovo, in vena di misticismo, non par vero potersi accumunare ad Antonio Simone, ex assessore alla regione Lombardia, come “protagonista, con lui, di una ripresa umanissima della nostra esperienza di Chiesa”. Tradotto in altri termini, vuol dire che Negri il vescovo, Simone l’ex assessore e ora in carcere, Roberto Formigoni il celeste e tanti altri che ora guidano CL e la Compagnia delle opere sono stati, e lo dicono esplicitamente senza vergogna, coloro che hanno ridato senso e corpo a CL, a una “nuova” Comunione e Liberazione.
Giudicate voi i risultati di questa “ripresa umanissima” a cominciare dalle accuse che tengono in carcere Simone e un buon numero di ciellini doc, senza, ovviamente parlare di Formigoni.
Certo, amo e ho compassione anche per loro le cui vicende, lo ammetto, mi danno un senso di angoscia e di disgusto ma da questo a sottoscrivere la melensa lettera del vescovo ciellino ce ne passa. Sì, a “Tempi” non è bastata la pubblicazione della lettera ma ha voluto coinvolgere il popolo ciellino (e, forse, anche il popolo immoralmente a caccia di favori e interessi personali) in una sorta di referendum: quanto è santo il nostro Simone e quanta è bastarda la magistratura!
Non ho altri commenti da fare.
Volete togliervi uno sfizio? Andatevi a leggere l’articolo, qui il link, e alla fine della lettera scorrete i nomi dei sottoscrittori “referendari”: nell’apposita funzione di internet inserite il cognome di un vostro amico o di un vostro avversario o di un compagno di lavoro o di un sindacalista che vi è sempre piaciuto o di un vostro politico di riferimento. Cliccate e ne vedrete delle belle.




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sabato 7 luglio 2012

SCUOLA DIAZ, 21 LUGLIO 2001: ORA ANCHE VERITÀ GIUDIZIARIA


Ci sono voluti undici anni e, finalmente, è stata detta una parola chiara, anzi tre.
La prima. La Cassazione, con la sua sentenza, condanna definitivamente i vertici di polizia coinvolti nei pestaggi all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 21 luglio 2001. Sono 25 poliziotti condannati a un totale di 85 anni di pena (per tutti c'è il condono di tre anni e nessuno rischia il carcere) e l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
La seconda. Annamaria Cancellieri, il ministro degli Interni, ascoltata la sentenza, ammette: “Il G8 di Genova è una pagina dolorosa per la polizia e questo mi ferisce. Ho visto come tutti le immagini di quello che è successo all'interno della Diaz e non condivido nulla di quell'operazione. Di fronte a errori gravi è giusto che i responsabili ne subiscano le conseguenze”.
La terza. Antonio Manganelli, il grande capo della Polizia di Stato, quello che ha percepito nel 2011 uno stipendio annuo di soli 621.253,75 euro, dichiara che “sulla Diaz è arrivato il momento delle scuse”. E’ la prima volta che un poliziotto pronuncia pubbliche scuse e si assume, in nome della Polizia che dirige, la responsabilità politica e morale di quei terribili fatti che hanno visto il Paese emulare il Cile di Pinochet.
Ma, come ogni medaglia che si rispetti, c’è, oltre al fronte, anche un retro: dobbiamo dichiarare anche due silenzi imbarazzanti oltre che rumorosissimi.
Il primo. Gianni De Gennaro, soprannominato capo della “macelleria messicana” perché all’epoca dei fatti dirigeva la Polizia e in particolare i poliziotti pestatori a Genova e quindi a lui vanno attribuite le maggiori responsabilità e forse per questo recentemente promosso dall’attuale presidente del Consiglio Mario Monti sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai servizi, non ha ancora detto una parola e chissà se avrà il coraggio e l’umanità di scusarsi.
Il secondo. Gianfranco Fini, allora vice presidente del Consiglio del Governo Berlusconi e oggi presidente della Camera e terza carica dello Stato, presente (non si sa in quale veste ma lo si può immaginare data la militanza politica) nella sala operativa della Questura genovese proprio durante l’immonda repressione: anche da lui un silenzio assordante.
Anche allora, il 21 luglio 2001, c’era un silenzio spettrale e non solo da parte di poliziotti e fascisti (entrambi direttamente coinvolti): andatevi a rileggere i giornali dell’epoca e scoprirete il gran numero di nostri parlamentari, anche sedicenti di sinistra, dichiararsi tiepidamente o non dichiararsi affatto. Meditate gente, meditate.
Voglio condividere con voi quanto ha dichiarato responsabilmente Giuliano Pisapia, sindaco di Milano: “Con 11 anni di ingiustificabile ritardo, alla verità storica sul massacro nella scuola Diaz si è affiancata la verità giudiziaria. Anche se non tutti i responsabili di questa pagina buia della nostra democrazia ne risponderanno, un principio di giustizia è ristabilito. Adesso arrivino anche le scuse ufficiali dello Stato alle vittime e ad un movimento che si è voluto soffocare con una violenza indegna






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giovedì 5 luglio 2012

L’ALLOCCO E LA FAVOLA DEL TRAPASSATO


Le favole, delle quali vieterei il racconto ai bambini perché spesso esse sono di inaudita crudeltà, chiudono quasi sempre con l’orrenda morte del cattivo e la vittoria del bene sul male e, appunto per questo, sono definite favole, irreali e irrealizzabili, insomma: bugie, grossolane menzogne per allocchi, fantasticherie per romantici impenitenti e pie vecchiette sgranocchianti rosari con la destra e rossi cornetti portafortuna con la sinistra.
Come dire che Silvio Berlusconi è morto (politicamente s’intende poiché è certo che fisicamente ciò non potrà mai accadere, dio è avvisato) cioè l’orrendo mostro moderno finalmente è trapassato, non c’è più, è stato sbudellato e ha vinto il bene. Questa è la favola più cinica che abbia mai sentito e vissuto, è la favola che ci raccontano e ci raccontiamo nella speranza che si avveri, una crudele bugia.
Berlusconi è morto? A me pare che la politica di Mario Monti e dei suoi ministri, Elsa Fornero in testa, sia per nulla diversa da quella del suo predecessore eccetto che nella forma: il bocconiano usa una “ferma” gentilezza, una specie di supposta di glicerina, mentre il satrapo libertino neppure quella, a lui piace violentare. Nella sostanza: togli ai poveri per darlo ai ricchi.
Berlusconi è morto? Si parla di Rai (che dovrebbe essere la diretta concorrente di Mediaset di proprietà del Berlusca) e immediatamente il parlamento, a maggioranza orfana del bassotto imbrillantinato, si risveglia dal torpore e impedisce l’elezione del nuovo consiglio di amministrazione. Persino la seconda carica dello stato, il presidente del Senato della Repubblica, tale Renato Schifani (ma chi è costui? Wikipedia: nel 1979, praticante legale nello studio del deputato DC Giuseppe La Loggia, fu inserito da quest'ultimo nella società di brokeraggio assicurativo Sicula Brokers, di cui facevano parte il figlio Enrico La Loggia, futuro politico di spicco di Forza Italia, ed alcuni soci che negli anni 1990 furono incriminati per associazione mafiosa o concorso esterno in associazione mafiosa), si inventa un marchingegno per far piacere alle tasche del “defunto” capo e così impedire o pilotare, con i suoi poteri conferiti dalla Costituzione, la regolare elezione del Consiglio della RAI, ente di stato. Una vergogna istituzionale. Un modo mafioso di praticare la democrazia.
Berlusconi è morto? Ma fatemi il piacere! È vivo e vegeto più che mai e usa i suoi allocchi (come per le favole) per continuare a depredare.
Amico mio, non essere allocco.




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martedì 26 giugno 2012

QUALCUNO È ANCORA CAPACE DI UN’OPERA DI MISERICORDIA


A me pare una buona notizia quella che ci ha regalato, ieri, il Corriere della Sera online nelle pagine fiorentine che qui potete leggere in originale.
Ovviamente non è buona cosa rubare in un market, ci mancherebbe; ma a volte, per ragioni di pura sussistenza, specie se rivolta a una creatura innocente di tutto, anche il “peccato” assume contorni meno violenti, capibili e perdonabili. O, forse, il “peccato” non è più peccato ma una sorta di legittima difesa.
La buona notizia si riferisce alla reazione del proprietario del market e dei poliziotti alla scoperta di un furto nel negozio: il primo chiama la legge, vuole verificare il perché di questo furto e, visto il tipo di refurtiva, non denuncia i due giovani presi con le mani nel sacco; i secondi, i poliziotti, non solo non estraggono pistole e manette ma aprono il portafoglio e pagano (badate: di tasca loro, non del ministero) al proprietario del market l’importo della “refurtiva”.
Beh!, di fronte a ciò che quotidianamente vediamo attorno a noi, di fronte a tante onorevoli iene che pretendono di governarci rubando (loro sì non per fame), di fronte a tanti appestati di razzismo che di fronte al colore della pelle interpretano e applicano le leggi a sentimento (il loro), questa a me pare davvero una buona, un’ottima notizia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati … un’opera di misericordia.
Grazie signor proprietario del market.
Grazie signori poliziotti.

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Disoccupato ruba pasta e pannolini
I poliziotti gli pagano la spesa
Il proprietario di un market ha chiamato gli agenti dopo aver scoperto il giovane rubare

SIENA - Rimasto senza lavoro, e con moglie e due figli piccoli a carico, ha compiuto un furto in un supermercato alle porte di Siena. Il proprietario del market, però, lo ha scoperto e ha chiamato la polizia, chiarendo di non volerlo denunciare. A quel punto, gli agenti hanno pagato di tasca loro lo stretto necessario della spesa rubata: pasta, latte, pannolini e omogeneizzati.
Il «ladro» ha 27 anni, è egiziano ed è regolare in Italia. Insieme al fratello di 19 anni ha tentato di rubare beni di prima necessità, ma quando i due, per la seconda volta, sono entrati e usciti con le buste di merce, sono stati notati dal personale del market. Il titolare ha chiamato la polizia ma non ha sporto denuncia, spiegando di aver richiesto l'intervento degli agenti solo per chiarire la situazione. I poliziotti delle volanti della questura di Siena, una volta apprese le condizioni dello straniero, che aveva con sè oltre alla pasta e al latte alcuni pacchi di pannolini e degli omogeneizzati, hanno deciso di offrire la spesa. La questura ha poi attivato anche i servizi sociali.
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domenica 24 giugno 2012

IL GRIDO DI RODOTÀ


Nel silenzio generale stiamo assistendo alla manomissione di alcuni importantissimi articoli della Costituzione. Può un Parlamento di non eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sul testo fondativo della nostra Repubblica?

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 20 giugno 2012

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.
In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.
Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes.
L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum.
Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali. Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.
L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose.
È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generali.
Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione? Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana.
A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo. Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini.
Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri.
Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione.
(20 giugno 2012)





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domenica 17 giugno 2012

INONDARE DI SPERANZA


Da un paio d’anni leggo ciò che scrive una poetessa spagnola, Silvia Delgado, sul suo blog “Si vis pacem - opiniones de una poeta en pie de guerra”. Debbo ammettere, e lo faccio volentieri, che molti suoi scritti mi affascinano e, di questi, ve ne sono alcuni che dicono di pensieri che anche io vorrei dire ma non ne sono capace o non riesco a raccontarli così come vorrei.
Vi propongo un suo recente scritto, essenzialmente per due motivi. Il primo perché ci dona una realistica e chiara fotografia della condizione sociale, politica e morale in cui stiamo vivendo o, meglio, in cui siamo costretti a vivere. Il secondo motivo ci richiama all’azione e alla responsabilità: “¿A qué esperamos?”.
Questa è la domanda che ogni giorno rivolgo a me stesso e ai miei amici: che aspettiamo?
La traduzione è un po’ spartana ma qui potrete trovare il testo originale, nella speranza di non aver violato regole editoriali e diritti d’autore.

DUNQUE
Dunque, se stare quieti non porta da nessuna parte, se quelli che si muovono lo fanno ognuno per conto proprio, se poco a poco può morire l’infanzia e ai vecchi può essere tolta la speranza, se perdono il lavoro quelli che guadagnano un misero salario e quelli che non lavorano vivono mendicando, se quelli che studiano sono bersaglio dei mercati e quelli che non studiano appartengono anche loro al gruppo degli schiavi, se gli stanchi dovranno sgobbare fino a cadere dall’impalcatura, se gli infermi si pisceranno addosso e non ci sarà nessuno per ripulirli, se le strade sono occupate dai soldati, la libertà procede mutilata, la giustizia si riempie la bocca di propaganda, l’autorità del popolo è una cosa del passato, le domande hanno i giorni contati, gli olocausti si succedono, la verità è prostrata, se facciamo affari con il totalitarismo e viviamo banditi, senza pace.
Se la povertà è una liturgia e aumenta la sua crosta su ogni ferita, se i morti muoiono afflitti, senza pane e pesci, se sparano per uccidere nei giorni pari e nei dispari fabbricano leggi e armi, se il dolore scende fino alle radici, l’amore scompare, le sepolture si moltiplicano, i suicidi sono sospetti e sospette sono le motivazioni, se vomitiamo paura e incertezza, se ci avveleniamo con il moralismo, se la terra è una stalla, se l’angoscia ci regala solo lacrime, che aspettiamo per inondare le patrie di speranza?
Che aspettiamo?





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sabato 16 giugno 2012

ELSA, LA PIAGNONA: BOCCIATA!


Debbo ammettere che l’inaugurale pianto della ministra del lavoro e delle politiche sociali e mia coetanea, la professoressa Elsa Fornero, anch’essa immanicata con banche e banchieri, mi aveva fatto sobbalzale dalla mia comoda poltrona: possibile che un ministro abbia come dote l’umanità e come organo vitale e pulsante un cuore?
Ero l’unico, tra i miei amici, ad avere questo impulso di benevolenza quasi sentimentale e, come potete immaginare, sono stato oggetto di non pochi sarcasmi.
Avevo torto, torto marcio: con quelle lacrime (anche gli attori sanno piangere a comando) ci ha solo voluto dare una dimostrazione minimale delle lacrime che in seguito tutti noi, suo popolo, avremmo pianto e che piangiamo oggi.
Le sue lacrime non erano l’espressione di un sentimento di umanità nel pronunciare la parola “sacrificio” ma la rappresentazione teatrale della sua “mission”: lacrime e sangue, disperazione e suicidi.
Dobbiamo però considerare che ciò che sta succedendo non è solo il frutto di isteria o incompetenza di un ministro, c’è anche questo ovviamente, ma risponde a un disegno ben congegnato e, devo riconoscerlo, ben pilotato. L’idea, il disegno, è di una elementarità persino disarmante: rifacciamo il mondo, diamolo in mano a pochi “semidei”, togliamo tutto al popolo, anche la capacità di ragionare. E, per realizzare questo, mentire al “popolo”sapendo di mentire e sapendo che tutti sanno che stai mentendo non è un accidente ma è, per questa genìa di tecnici-governanti, un motivo di onore. Non si spiegherebbero altrimenti le lacrimose menzogne dell’insopportabile e demenziale Elsa in merito, per esempio, alla sua riforma pensionistica strangola dipendenti o, ed è il caso più eclatante, tutta la falsa disputa sui numeri degli esodati (lei, la ministra, i numeri li conosce bene e non sono quelli che lei stessa ha comunicato). Se ne è accorto persino il mediocre Raffaele Bonanni, leader della CISL: “Il ministro Fornero dice bugie. Non c'è uno scaricabarile tra lei e l'Inps, ma è il ministro che ciurla nel manico, dice bugie quando afferma che non ha i numeri sui lavoratori esodati”.
Non so come etichettare tutto questo: fascismo? liberismo? neo liberismo? massoneria? razzismo?
So per certo, però, che la conseguenza di tutto questo è una reale schiavitù materiale e morale delle persone e specialmente dei poveri, dei ceti popolari, dei senza voce e, per contro, un reale e spudorato beneficio per pochi sedicenti privilegiati.
So per certo, anche, che le cose non si risolvono per magia ma che occorre impegnarsi quotidianamente perché si cambi rotta, si cambi mentalità, si cambi politica perché l’uomo (tutti gli uomini e non solo quei quattro disgraziati che governano il mondo con le loro banche) ridiventi positivamente il centro della vita politica e sociale.





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lunedì 11 giugno 2012

ASSASSINIO BUONO O CATTIVO


Nell’esprimere il mio apprezzamento per le altissime qualità umane e professionali degli uomini e delle donne della Marina Militare e il plauso per l’impegno costante e incondizionato che essi profondono nell’assolvimento del proprio compito, rivolgo un particolare pensiero e incoraggiamento ai marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”.
Questo è parte del messaggio che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Capo di Stato Maggiore della Marina in occasione della festa dell'Arma.
Non vorrei, per quanto scriverò, offendere la sensibilità di chicchessia né tanto meno mancare di rispetto agli uomini e alle donne della Marina Militare, alla cui Arma sono particolarmente affezionato e ciò va certamente a merito di un mio zio che, sommergibilista durante la seconda guerra mondiale, me ne ha narrato ed esaltato la professionalità e l’umanità.
Mi permetto solamente alcune provocazioni sull’affermazione di Napolitano in merito al caso dei due fucilieri della marina trattenuti dalla magistratura indiana: “ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”. Cosa vuol dire “ingiustamente” prima della sentenza del tribunale indiano? Certo, questi due marinai, per le notizie che abbiamo e per i riscontri dell’analisi sulle armi di cui tutta la stampa ha parlato, hanno sparato, non per sfizio ovviamente, ma per obbedienza alla loro missione. Hanno sparato per conto dello Stato e forse hanno ammazzato sempre per conto dello Stato. Quindi se hanno ammazzato sono assassini ma, in questo caso, il mandante è lo Stato italiano.
La cosa s’ingarbuglia.
Se i due marò hanno sparato e ucciso due pescatori e il nostro Presidente non li ritiene (e non si ritiene) colpevoli allora vuol dire che esistono due diversi significati del termine “assassinio”: uno buono e uno cattivo. Nel “buono” rientrerebbero evidentemente le eliminazioni di Stato. Tutto il resto farebbe parte della categoria “cattivo”.
Allora è facile capire in quale categoria far rientrare l’assassinio (a spese dello Stato), per la difesa non dei patrii confini ma del carico di una petroliera (non dello Stato ovviamente ma di un privato), di due pescatori che immagino padri di famiglia, due persone umane, insomma, con gli stessi problemi che ha ciascuno di noi.
A guardare ciò che succede, il nostro Presidente, contrariamente a ciò che io penso, annovera queste uccisioni nella categoria “buono” e per questo può affermare che i due marò sono “ancora ingiustamente costretti lontano dall’Italia e dai propri affetti famigliari”.
Se è così, diventa facile capire perché si è passati sopra la morte (l’assassinio) di Stefano Cucchi o si è promosso il capo della Polizia di Stato che ha gestito la carneficina durante il G8 a Genova nel luglio 2001 o s’inducono al suicidio dipendenti e datori di lavoro uccisi da uno Stato governato dalle banche. Tutti omicidi, questi, che evidentemente per il Capo dello Stato sono “buoni” ma per me, mi scusi signor Presidente, sono “cattivi” anzi infami.
Io non posso credere che esista un assassinio che non sia di per sé male, male assoluto, male senza rimedio come togliere la vita è senza rimedio.
Il Presidente forse fa bene il suo mestiere nel cercare di riportare i due marò in patria (anche perché se hanno ammazzato lo hanno fatto per conto dello Stato italiano) ma fa male ad additarli come eroi mentre sarebbe più retto che invocasse solo una giustizia giusta per loro e per lo Stato: se hanno ammazzato che siano condannati e se il mandante è lo Stato che sia condannato anche lui.









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giovedì 31 maggio 2012

DALLA REPUBBLICA AL MERCATO: APPROPRIAZIONE INDEBITA


L’analisi di Raniero La Valle, apparsa recentemente sulla rivista MicroMega, sottolinea l’asservimento della Repubblica (e qui intendiamo la democrazia e tutto ciò che ne dipende) al Mercato (con l’iniziale maiuscola per indicare non un'astrazione solamente ma una strategia di uomini al potere, fisicamente contro la Repubblica): mi pare un pensiero assolutamente condivisibile e meritevole di un approfondimento culturale e di uno sbocco pratico nelle sedi dove è possibile praticare la democrazia, partiti e piazze comprese.
Ve la propongo, anche se un po’ lunga per un blog ma ne vale la pena, e vi invito a commentare.

DOVE VA LA REPUBBLICA?
La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica, sicché ne sarebbe urgente la riforma?
No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art. 4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), e così via.
Tutto questo invece non accade perché l’Italia è passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del profitto.
Perché questo passaggio di consegne fosse totale e irreversibile le forze politiche, tradendo il mandato costituzionale, hanno fatto a gara per privare la Repubblica sia delle risorse finanziarie (le tasse da evadere) sia degli strumenti operativi (Enti di Stato, partecipazioni industriali, piani di sviluppo) sia della stessa legittimazione a intervenire nella vita economica e a fronteggiare le crisi con le politiche di bilancio. Sicché se anche nuove maggioranze e nuovi governi volessero ripristinare il ruolo e le finalità dell’azione pubblica, non potrebbero perché la Repubblica nel frattempo è stata resa del tutto impotente a rimuovere gli ostacoli, a rendere effettivi i diritti, a garantire, tutelare, promuovere, agevolare, proteggere, cioè a compiere quelle azioni che corrispondono a tutti i verbi con cui nella Costituzione sono definiti i suoi compiti. E se tale impotenza è stata per lungo tempo la conseguenza di una cattiva politica, ora con il rigorismo liberista del governo Monti e l’avallo degli altri poteri, diverrà un obbligo, frutto di una modifica strutturale dell’ordinamento e di una nuova definizione della Repubblica. La modifica, in quattro e quattr’otto dell’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio ne è il primo segnale.
Invece di porre rimedio a tutto ciò, la riforma costituzionale a cui stanno lavorando i tre partiti che mediante i tecnici governano oggi l’Italia, tende a rendere insindacabile il potere politico e a mettere il presidente del Consiglio al riparo dalla sfiducia delle Camere, cioè a vanificare il più tipico e decisivo istituto della democrazia parlamentare.
L’accordo su cui si discute all’apposita Commissione del Senato, sulla base di un testo unificato presentato il 18 aprile scorso dal relatore Vizzini, prevede, per ingraziarsi la plebe, un’irrisoria e casuale diminuzione del numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati e da 315 a 254 senatori), ma per il resto comporta tre riforme destinate a cambiare la figura dello Stato.
La prima consiste nel confermare il bicameralismo, con due Camere ambedue elette a suffragio universale e quindi aventi la stessa dignità, ma con una gerarchia di competenze inegualmente distribuite tra loro e una rottura per materie dell’unicità delle fonti della legislazione e quindi dell’unità dell’ordinamento; la seconda consiste in una torsione presidenzialistica e leaderistica del sistema di governo, con un presidente del Consiglio provvisto di investitura popolare, dotato del potere di chiedere la nomina e la revoca dei ministri, e unico destinatario della fiducia del Parlamento, che sarebbe chiamato a votare per lui e non per l’intero ministero; la terza consiste nel rendere impraticabile il meccanismo della sfiducia: che potrebbe essere votata solo dal Parlamento in seduta comune con la maggioranza assoluta sia dei deputati che dei senatori, ciò che sta a significare la solennità, l’eccezionalità e l’implausibilità dell’evento; né le Camere potrebbero votare impunemente contro una legge su cui il governo ponesse la fiducia, senza cadere nella tagliola dello scioglimento che in tal caso il presidente del Consiglio farebbe scattare nei loro confronti; né potrebbe darsi sfiducia al capo del governo se non grazie a un ribaltone perfettamente organizzato dalla sua stessa maggioranza, con la contestuale indicazione di un altro presidente del Consiglio.
Sembra impossibile che i tre partiti possano fare insieme appassionatamente una tale riforma, così divisi e diversi come sono. In ogni caso occorre vegliare e resistere.
Raniero La Valle
(6 maggio 2012)




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sabato 26 maggio 2012

BERTONE CONTRO BENEDETTO


Non sono tempi tranquilli per i cattolici in genere e per i cattolici italiani in particolare. Nerissime nubi si addensano sui cieli vaticani preconizzando abbondante grandine. Non basteranno ombrelli e ombrelloni se non si porrà, per tempo, un rimedio sicuro, un riparo.
Riflettendo, con la pacatezza adeguata alle cose vaticane, su quanto successo di recente al di là del Tevere, ci accorgiamo immediatamente che qualcosa non va per il suo verso.
Vi riporto qualche aneddoto di dominio pubblico e, per non tediarvi su cose ormai note, mi basterà solo un accenno; mi limito a quattro episodi emblematici e non di poco conto visto il riflesso negativo sulla comunità cattolica.
DINO BOFFO, praticamente silurato da direttore di Avvenire, il giornale dei Vescovi, per una velina recapitata al giornale di famiglia del Silvio nazionale, con la quale gli si addebitavano pratiche omosessuali accompagnate a molestie alle persone. Autori della velina restano sconosciuti, anche se, su parte della stampa, si tenta un profilo somigliante a Giovanni Maria Vian, l’attuale direttore dell’Osservatore Romano. Un derby: curia romana (a capo della quale letteralmente troneggia il Cardinal Tarcisio Bertone) contro vescovi italiani.
CARLO MARIA VIGANÒ, Arcivescovo, Segretario del Governatorato vaticano, rimosso e “promosso” Nunzio apostolico a Washington. Motivo nascosto: la denuncia da parte del porporato di corruzione negli appalti e in alcuni settori amministrativi vaticani. Esecutore materiale della rimozione e successiva promozione (pura ironia) il Segretario di Stato Cardinal Tarcisio Bertone.
L’AUTORITÀ DI INFORMAZIONE FINANZIARIA, viene istituita, coraggiosamente, da Benedetto XVI con lo scopo di introdurre lo IOR, la banca vaticana, nella cosiddetta “lista bianca” del sistema bancario internazionale così da rendere trasparente, per il passato e per il futuro, ogni operazione economica e finanziaria. Cosa assolutamente apprezzabile. Ma ecco che il Segretario di Stato, Cardinal Tarcisio Bertone, non apprezza la trasparenza sul passato e mortifica le funzioni dell’Authority e, conseguentemente, le prospettive di aderire alla citata “lista bianca”. Cosa aveva da temere?
ETTORE GOTTI TEDESCHI è l’interprete del quarto episodio che vi voglio accennare. Banchiere, presidente della banca vaticana è stato cacciato via (il termine ufficiale è: sfiduciato) come un malfattore. Motivo presunto: resistenza all’operazione di salvataggio da parte del Vaticano dell’Ospedale San Raffaele, spasmodicamente sponsorizzata dal solito Cardinal Tarcisio Bertone.

Come vedete, dietro a ciascun episodio spunta la mano del salesiano segretario di stato Cardinal Tarcisio Bertone e sempre dalla parte del torbido.
Quale sarebbe il rimedio? Difficile a dirsi per le cose della curia vaticana ma certamente il pensionamento del più volte citato Cardinale, che per molti è l’anima nera del vaticano, porrebbe fine, credo, a questa doviziosa distribuzione di veleni che ammorbano la carne e lo spirito del popolo di Dio e porrebbe fine alla negativa pubblicità che a livello cosmico si è abbattuta su questo Papa che, me ne dispiace, mostra una debolezza quasi colpevole.
Se vogliamo ben vedere, ciò che appare è un altro derby: “B vs B”, Bertone contro Benedetto. Ma chi perde è sempre il popolo.




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