lunedì 30 aprile 2012

IN RETROMARCIA


È una notizia della quale non si parla o se ne parla come di cosa esterna, estranea, di povera gente che nulla ha a che fare con me. Eppure dicendomi democratico, antifascista, forse cristiano e pio, di buon cuore, eccetera, questa notizia dovrebbe costringermi non solo a versare una lacrima, meglio se pubblica così tutti vedono, ma anche a riflettere su dove stiamo andando.

Siamo a Roma, quartiere Trastevere e precisamente davanti alla splendida basilica di Santa Maria in Trastevere; come sempre, all’ora di pranzo, un nutrito numero di senza tetto, di clochard (suona meglio, è più esotico e ci turba meno), attende in fila il proprio turno per ricevere un pasto dalla pietà dei volontari della parrocchia. Ma il numero di coloro che attendono in fila ogni giorno alla “mensa del povero” cresce e a volte capita che i volontari siano costretti a sospendere momentaneamente la distribuzione e a pregare gli esclusi di pazientare e di ritornare più tardi per permettere alla parrocchia di reperire altro cibo e quindi distribuirlo.
Uno di questi assistiti, e forse abituale frequentatore della mensa, sembra accogliere l’invito a ritornare ma rientra poco dopo armato di coltello e colpisce due miseri suoi pari anche loro in attesa del proprio turno.
Questa è la notizia.

Non è nemmeno tanto originale il fatto che tra poveracci ci si accoppi per un tozzo di pane (la scena del film “Il Marchese del Grillo” e il lancio di monete roventi al popolino e il conseguente parapiglia).
E, oggi, con i tempi che corrono, non è nemmeno tanto originale, ma resta sicuramente becera e antiumana, la reazione del consigliere pidiellino Marco Palma del XV municipio di Roma (traggo i virgolettati da “La Repubblica”): “Tutto questo è vergognoso oltre ad essere la testimonianza dello stato di abbandono della piazza, ancora molto più anni ‘70 di quanto si possa immaginare … Sarebbe opportuno che la polizia municipale - continua - potesse far applicare le ordinanze anti degrado e anti alcol, ma non sembra esserci traccia. Ci sono decine di persone che a ridosso della fontana bivaccano con bottiglie di birra indisturbatamente e in condizioni di non piena lucidità, in uno degli scenari più belli di Roma”.
Per costui, il problema non è la fame di alcuni e le cause di questa fame e chi sono gli affamatori (e fra questi, se non reagiamo, ci siamo anche noi) ma il degrado della Roma turistica. Non importa sapere, a questo squallido rappresentante politico, perché quell’uomo, per fortuna assassino mancato, è accecato dalla fame o dall’odio a causa della fame e di una vita meno che precaria; gli importa il decoro della piazza. Le risposte che l’infame pretende dall’ordine costituito non sono per dare soluzione al problema che un altro uomo, suo simile, ha ma per evitare che si sappia del problema di quel povero cristo e tutto sia ben ordinato e “civile” e non turbi le coscienze.
Eppure abbiamo appena celebrato, il 25 aprile, la festa della liberazione e ci accingiamo a celebrare, il 1° maggio, la festa dei lavoratori: due date che ci richiamano immediatamente alla civiltà e all’umanità che dovrebbero già essere il nostro pane quotidiano.
La prima riguarda l’abiura del fascismo e del totalitarismo per un mondo di uomini eguali, la seconda richiama il lavoro e il diritto al lavoro ed entrambe le ricorrenze hanno come obiettivo primario la dignità dell’uomo che non mi pare sia contenuta nell’episodio sopra raccontato.

Ma dove stiamo andando?
In retromarcia.




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sabato 28 aprile 2012

CIAO GIOVANNI

Ciao Giovanni,
padre nella Fede, maestro di Carità, amico nella Speranza.

Ciao Giovanni,
domenica ci hai lasciati ma per starci più vicino e per meglio aiutarci nell’avventura di tutti i giorni verso il nostro personale e nel contempo comune destino di felicità.

Ciao Giovanni,
grazie per questi cinquant’anni di amicizia sempre essenziale, immensa, senza altro fine se non quello di cercare assieme, e forse già intuire, la risposta alle domande: chi sono io? perché e per chi vivo?

Ciao Giovanni,
ti lascio andare, di malavoglia, ma sono ben certo che non potrai andartene mai completamente tanto la tua vita è stata ed è legata alla nostra vita.

Ciao Giovanni,
è una bugia dirti che ti lascio andare: non riesco; ti vorrei ancora un po’ qui tra noi e sentirti parlarci e spronarci e invitarci e pregarci e proporci e …

Ciao Giovanni,
hai cercato fino alla fine di non condividere il tuo dolore con tutti noi, il dolore fisico e straziato, tenendocelo umilmente nascosto perché non ne rimanessimo anche noi feriti ma, te lo devo dire, ho osservato il tuo viso sul letto d’ospedale e ho interrogato il tuo sguardo trovandovi, alla fine, una sorprendente pace che hai cercato, ancora una volta, di trasmetterci.

Ciao Giovanni,
ci hai solo preceduto nella casa del Padre e da lì, dove tutto è conoscenza e pace e vita, continuerai ad accompagnarci e a guidarci tenendoci per mano come hai fatto in questi anni.

Ciao Giovanni,
ti sei già certamente incontrato lassù con Giuliano che da tempo ti reclama e, come tutti noi, ha goduto quaggiù della tua fedele amicizia: ora che siete assieme e dopo i primi momenti, voglio immaginare, di festeggiamenti continua il cammino con noi.

Ciao Giovanni,
caro Giovanni,
a presto.





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venerdì 20 aprile 2012

IL “CELESTE” IMMACOLATO


La lettera di Carla Vites al Direttore del Corriere della Sera in merito al rapporto di affari e di amicizia tra il Governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni (da alcuni chiamato “il celeste”), il faccendiere Piero Daccò e il marito ed ex assessore Antonio Simone, gli ultimi due già in carcere e forse in attesa del terzo, ci produce un capogiro: grandi amici e soci in mali-affari fino a quando questi restano nascosti; estranei (e ognuno per sé) quando vengono pescati con le dita nella marmellata. E’ uno strano modo di vivere i rapporti sia di amicizia che di affari.
Ma lasciatemi fare solo alcune considerazioni, tre, fra le centinaia che mi galoppano in testa.
La prima, e lo dico senza malizia, riguarda proprio la moglie di Antonio Simone: perché solo ora? Perché solo ora ci racconta, da spettatrice, della spregiudicatezza e del narcisismo di “Robertino”, come lei lo chiama? Ciò che dice e ciò che fa intuire nella lettera al Direttore del Corriere della Sera sono cose che lei stessa ha vissute e delle quali, evidentemente, ha goduto e sulle quali ha fino a ora taciuto (barche, party, Antille, grandi alberghi, eccetera). Non male per una “militante ciellina” come si autodefinisce.
La seconda. Pur non entrando nel merito della questione giudiziaria o politica, compito dei giudici e dei partiti, la questione morale non può passare in secondo piano: quali sono oggi i rapporti tra Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione e il suo braccio affaristico, la Compagnia delle Opere? I militanti ciellini ora sanno, e lo sanno attraverso la stampa nazionale e internazionale, a chi hanno dato tempo ed energie e fiducia, come Carla Vites che “ha militato per lui volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona”. Se Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere continuano a eludere l’argomento e a non dare testimonianza di estraneità, il minimo che si possa pensare è un coinvolgimento, se non diretto almeno implicito, del movimento fondato da don Giussani.
La terza e ultima riflessione riguarda invece il Vaticano, dove i vip ciellini sono di casa e occupano posti chiave e di comando, anche tra i porporati, e arrivano fino all’appartamento privato di Sua Santità Benedetto XVI dove prestano la loro opere alcune aderenti ai Memores Domini, laici di CL che vivono i consigli evangelici (povertà castità e obbedienza) come anche il “celeste” che ce ne dà concreta testimonianza nella sua vita privata e politica. Ormai non ci scandalizziamo di nulla ma ci provoca un po’ di fastidio il silenzio d’oltre Tevere come se Comunione e Liberazione e i Memores Domini non fossero riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa. Il silenzio non è sempre d’oro a volte è foriero di conseguenze imprevedibili che violentano la coscienza dei semplici.

Ecco la lettera di Carla Vites al Direttore del Corriere della Sera
"Caro direttore,
ho letto l’intervista pubblicata dal suo giornale a Roberto Formigoni (pagina 9 del «Corriere della Sera»). Da privata cittadina e soprattutto da militante ciellina della prima ora non ho potuto trattenermi dal pormi una serie di domande, anche perché, pur essendo una persona qualunque, la sorte mi ha riservato una conoscenza ravvicinata con l’attuale Governatore della Regione Lombardia. Vede, conosco lui, Antonio Simone ed altri da circa trent’anni. In questa cerchia di relazioni ho avuto modo di condividere molte occasioni di vita di queste persone. Bene, Formigoni non può affermare che «conoscevo Daccò da molti anni, ma non ha mai avuto rapporti direttamente con me, ma con l’assessorato». E sorvoliamo sull’inaccettabile spiegazione riguardo la presenza della Minetti nella sua lista: «Me l’ha detto don Verzé». Scarica il barile sul prossimo, quando a lui sarebbe bastato domandarsi: «Ma questa qui, l’ha mai fatta in vita sua, non dico una riunione di partito, ma almeno di condominio?». E passiamo al fatto che possa serenamente dire che non ha mai avuto rapporti direttamente con Daccò. Ebbene lo spettacolo dei suoi «rapporti» con Daccò è sotto gli occhi dei molti chef d’alto bordo dove regolarmente veniva nutrito a spese di Daccò stesso, vuoi Sadler, vuoi Cracco, vuoi Santin, vuoi Aimo e Nadia, per non parlare dei locali «à la page» della Costa Smeralda dove a chi, come me, accadeva di passare per motivi vari, era possibilissimo ammirare il nostro Governatore seguire come un cagnolino al guinzaglio Daccò, lo stesso con cui non aveva rapporti diretti. Vederli insieme era una gioia degli occhi: soprattutto per una come me che assieme a tanti altri meravigliosi amici di Cl ha militato per lui volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona. Era una gioia degli occhi perché - e qui secondo me è la vera tragedia, cioè non tanto se e come egli abbia intascato soldi - Robertino con Daccò e tutta la sua famigliola, si divertiva e tanto! Eccolo con la sua «24 ore»: me lo vedo sul molo di Portisco arrivare diritto da Milano pronto ad imbarcarsi sullo yacht di Daccò dove le sue figliole (guarda caso, non sono depositarie del diritto a usare del Pirellone come mega location per eventi da migliaia di euro a botta?) lo attendevano con ansia pronte a togliersi il pezzo di sopra del bikini appena il capitano avesse tirato su l’ancora, perché così il sole si prende meglio, chiaramente. Era una gioia degli occhi, ma anche delle orecchie sentire Erika Daccò dire a chiare e forti lettere, me presente, nel giugno 2011, durante una cena - con il suo compagno allora assessore alla Cultura della Regione Lombardia, il quale, interrogato dalla sottoscritta su cosa avrebbe parlato ad un prossimo convegno, ovviamente rispose: «Ma di cultura!». E io a dirmi: «Che stupida sei: un assessore alla Cultura di cosa vuoi che parli? Ma di cultura! E se fosse stato all’agricoltura? Di agricoltura» -: «Pensa noi Daccò siamo i migliori amici di Formigoni e non riusciamo a dirgli di non indossare quelle orrende camicie a fiori»! Ma certo, ci credo anch’io che Robertino non abbia mai raccolto soldi od altri effetti dalle frequentazioni col faccendiere Daccò: a lui bastava l’onore di essere al centro di feste e banchetti, yacht e ville. Che se ne dovrebbe fare dei soldi uno così narcisista? I soldi a lui non servivano. Tranne per qualche camicia a fiori o per una giacca orrendamente gialla. Cl, a mio avviso, deve avere un sussulto di gelosia per la propria identità, per quello che Giussani pensava al momento della fondazione. A questo punto, bisogna domandarsi, con Benedetto XVI: «Perché facciamo quello che facciamo?» Per finire, credo che il travaso di bile di cui questa mia è segno non sarebbe forse avvenuto se, dopo avere letto sul «Corriere», a pagina 9, le falsità dette da Roberto, non avessi visto, nella Cronaca di Milano, il Governatore a tutto campo mollemente adagiato su un letto megagalattico del Salone del Mobile, che se la ride soddisfatto. Vede, oggi (ieri, ndr) è il 58° compleanno del suo migliore amico Antonio Simone, detenuto nelle patrie galere di San Vittore da venerdì alle 16.
Mi risulta che il suo migliore amico, mentre lui si adagia mollemente a beneficio dei giornalisti esibendo quel che resta di un fisico a suo tempo quasi prestante, deve discutere su chi oggi avrà il diritto di allungare le proprie di gambe all’interno di una cella che ospita altri 5 detenuti.
Ecco, allora io vorrei approfittare per dire, davanti a tutti: «Auguri Antonio!».
Carla Vites"


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giovedì 19 aprile 2012

DOPPIAMENTE STRANIERO

Se un giovane è nato in Italia, per esempio a Moncalieri vicino a Torino, ventiquattro anni fa e frequenta, sempre in Italia, le scuole elementari e lavoricchia, in Italia, da quando era bambino: secondo voi non è italiano?
La risposta, per logica e per sentimento, dovrebbe essere e per me è: sì, è italiano.
Se alle notizie precedenti aggiungiamo che è di etnia Rom (non so se il termine “etnia” è appropriato perché tutti i termini che tendono a classificare o dividere gli uomini mi fanno orrore) e che una piccola macchia sulla fedina penale c’è per un tentato furto e che al compimento dei 18 anni non ha chiesto la cittadinanza italiana, la risposta rimane la stessa?
La risposta dovrebbe ancora essere e per me ancora è: sì, è italiano.
Infatti, l’etnia non può pregiudicare la nazionalità e nemmeno un tentato furto per il quale ha già pagato con cinque mesi di carcere; inoltre non aver richiesto a tempo debito la cittadinanza italiana non è indice di compiacimento per la propria clandestinità ma forse sottende l’incapacità di rispondere adeguatamente a una burocrazia mortificante anche per noi italiani forniti di pedigree.

Sto parlando di Dejan Lazic, nato a Moncalieri ventiquattro anni or sono, da genitori Rom, mai uscito dall’Italia, che dopo i cinque mesi di carcere che gli sono stati comminati è stato assegnato dal giudice di pace di Milano, contro la legge vigente, al CIE di via Corelli (Centro di Identificazione ed Espulsione: una specie di lager, legalizzato dai precedenti governi a ispirazione xenofobo-leghista) e da lì imbarcato su un aereo per Belgrado in Serbia.
A Belgrado non ci sarà nessuno ad aspettarlo: non conosce la città poiché non vi è mai stato, non ha parenti o amici perché sono tutti in Italia, non ha un lavoro per mantenersi, forse non parla nemmeno il serbo. Insomma è doppiamente straniero: prima in Italia e poi in Serbia.
E vi pare che questo zelante giudice di pace, rappresentante dello Stato italiano, abbia praticato la pace? A me pare che questo ragazzo sia stato gravemente offeso nella sua dignità di uomo e che noi pure siamo offesi da una mentalità razzista che ormai è penetrata nelle nostre coscienze, una mela avvelenata, intaccando il naturale “umano” che c’è o dovrebbe essere in tutti noi.

Tutti i nati in Italia dovrebbero essere cittadini italiani: è solo un minimo, tanto per cominciare.
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mercoledì 18 aprile 2012

SUICIDIO DI STATO, SUICIDIO DELLO STATO


Un dato singolare e tragico emerge, tra gli altri, dall’affronto di una crisi economica senza precedenti: un numero ormai impressionante di disoccupati, di artigiani, di commercianti, di professionisti, di imprenditori si tolgono la vita; un gesto estremo, di quelli che non è possibile rimediare, senza speranza.
E tutti costoro, che da sempre non riescono a stare assieme, per ideologia o per cultura o per interesse, ci danno un’unica e unanime motivazione al loro disperato gesto: non riescono più a subire e sopportare questa crisi.
C’è chi non riesce più a garantire un pezzo di pane ai figli.
C’è chi è costretto a licenziare i suoi quattro dipendenti diventati nel frattempo collaboratori e amici.
C’è chi non riesce più a pagare le fatture dei fornitori i quali, anch’essi, sono disperati perché se nessuno li paga possono chiudere bottega.
C’è chi non riesce più a produrre perché la concorrenza li sbrana.
C’è chi si è illuso di fare facili guadagni giocandosi i soldi in borsa.
C’è chi è sistematicamente strozzato dalle banche e da Equitalia e queste iene non danno nessuna speranza, sono peggiori del suicidio e della morte.
Ciò che unisce tutti costoro nel gesto estremo è l’incapacità concreta, non da loro voluta o cercata, di affrontare la crisi.

È stato messo a riposo, grazie a dio, il precedente presidente del consiglio (ora apparentemente zitto-zitto perché impegnato a costruirsi un’impossibile e blasfema verginità salvo poi mandare i suoi sgherri all’attacco quando si parla di giustizia e di televisioni) corresponsabile della situazione di disfacimento del nostro Paese e, con manovra ardita, il nostro arzillo Napolitano ci ha rifilato, senza elezioni e quindi d’autorità, un governo di persone dabbene, chiamati “tecnici”, tutta gente che sa come va il mondo e cosa vuol dire usare le mani per lavorare e che notoriamente stringe la cinghia a fine mese per sopravvivere: professori, banchieri, grands commis d’état, lobbysti; gli stessi cioè che hanno causato la crisi.
Risultato? Non più “bunga bunga” sul lettone di Putin ma svenamento di tutti, eccetto loro e i loro sodali.
Prima l’economia e i conti in ordine e poi … fra tre o quattro anni, loro dicono, forse le cose cambieranno e si starà un po’ meglio e la gente potrà smettere di suicidarsi mentre nel frattempo loro, i nuovi padroni del mondo, avranno condotto tutti a un nuovo ordine sociale: è il predominio dell’interesse e degli affari sull’uomo e sulla convivenza umana.

Non vi pare, questa del governo, un’operazione cinica e spietata? Non vi pare che di fronte a tanti suicidi la reazione apparentemente amorfa dello Stato indichi una corresponsabilità se non, addirittura, una pianificazione? E non vi pare che alla lunga la disperazione collettiva possa sfociare in altra tragedia tale da suicidare lo Stato?
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martedì 17 aprile 2012

RICOMINCIAMO

Quando ho iniziato il mio primo blog (un altro e con altro nome) nel settembre 2009 non immaginavo quanto interessante potesse essere un’esperienza di “trascrizione” di miei ragionamenti rivolti, oltre che a me stesso, a sconosciuti lettori (li ho chiamati, in quell’occasione, “perditempo” ma con bonomia e compiacenza e modestia un po’ maliziosa perché, lo ammetto, andavo spesso a controllare quante “visite” i miei sproloqui ricevevano).
Interessante, soprattutto per me ovviamente, perché questo “lavoro” mi costringeva a leggere, a studiare, a dialogare con amici, a tentare un giudizio non avulso dalla mia storia personale, annosa storia, fatta di anima e di corpo, di vittorie e di sconfitte, di amori e di odi, di generosità e meschinità: insomma, partendo dalla mia identità.
Nel post iniziale, di allora, parlavo di riscatto di un uomo tecnologicamente potente ma umanamente barbaro e di voglia di raccontare mie e altrui esperienze che sfidano la mia coscienza e la mia ricerca del senso della vita, nel bene e nel male, per la coscienza “del tempo che stiamo vivendo in un dialogo onesto e umile a partire dalla propria inalienabile identità”.
E fino al settembre 2010 mi sono misurato quotidianamente con i fatti della politica, della chiesa e delle chiese, della famiglia, della società, con tutto ciò che mi ha emozionato o inquietato: proponendo come bene ciò che mi pareva bene e come male ciò che mi pareva male senza, con questo, sentire la necessità di condannare alla geenna chicchessia a me ideologicamente o culturalmente contrapposto ma anzi, con i vostri commenti, aprendo un approfondimento e mettendo in discussione il mio giudizio.
Un’esperienza formidabile che ho interrotto di colpo: ancora oggi non so il perché o, meglio, evito di chiedermelo. Ed è questa stessa formidabile esperienza che mi spinge di nuovo, dopo tanti mesi di mia calma piatta, a usare un po’ del mio tempo e battere i tasti del mio portatile (anticamente avrei detto: “e prendere penna, carta e calamaio”) per una nuova avventura che mi piacerebbe fosse, se possibile, più dialogata rispetto ad allora e questo dipende anche da voi.


È per iniziare un dialogo comune che ho chiamato questo blog “VUCCIRIA” che dalla lingua siciliana si può tradurre (e anche il suono della parola suggerisce) con piazza, mercato di cose mangerecce e, ancora, con l’incontrarsi delle persone, il parlare a voce alta per presentare la propria mercanzia; un vociare solo apparentemente caotico ma sostanzialmente funzionale al proprio “prodotto” e, per questo, di un’armonia contemporaneamente dolce e assordante.

A presto.
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