Quando ho iniziato il mio primo blog (un altro e con altro
nome) nel settembre 2009 non immaginavo quanto interessante potesse essere un’esperienza di “trascrizione” di miei ragionamenti rivolti, oltre che a me
stesso, a sconosciuti lettori (li ho chiamati, in quell’occasione, “perditempo”
ma con bonomia e compiacenza e modestia un po’ maliziosa perché, lo ammetto,
andavo spesso a controllare quante “visite” i miei sproloqui ricevevano).
Interessante, soprattutto per me ovviamente, perché questo
“lavoro” mi costringeva a leggere, a studiare, a dialogare con amici, a tentare
un giudizio non avulso dalla mia storia personale, annosa storia, fatta di
anima e di corpo, di vittorie e di sconfitte, di amori e di odi, di generosità
e meschinità: insomma, partendo dalla mia identità.
Nel post iniziale, di allora, parlavo di riscatto di un uomo
tecnologicamente potente ma umanamente barbaro e di voglia di raccontare mie e
altrui esperienze che sfidano la mia coscienza e la mia ricerca del senso della
vita, nel bene e nel male, per la coscienza “del tempo che stiamo vivendo in un
dialogo onesto e umile a partire dalla propria inalienabile identità”.
E fino al settembre 2010 mi sono misurato quotidianamente
con i fatti della politica, della chiesa e delle chiese, della famiglia, della
società, con tutto ciò che mi ha emozionato o inquietato: proponendo come bene
ciò che mi pareva bene e come male ciò che mi pareva male senza, con questo,
sentire la necessità di condannare alla geenna chicchessia a me ideologicamente
o culturalmente contrapposto ma anzi, con i vostri commenti, aprendo un
approfondimento e mettendo in discussione il mio giudizio.
Un’esperienza formidabile che ho interrotto di colpo: ancora
oggi non so il perché o, meglio, evito di chiedermelo. Ed è questa stessa
formidabile esperienza che mi spinge di nuovo, dopo tanti mesi di mia calma
piatta, a usare un po’ del mio tempo e battere i tasti del mio portatile
(anticamente avrei detto: “e prendere penna, carta e calamaio”) per una nuova
avventura che mi piacerebbe fosse, se possibile, più dialogata rispetto ad allora e questo
dipende anche da voi.
È per iniziare un dialogo comune che ho chiamato questo blog
“VUCCIRIA” che dalla lingua siciliana si può tradurre (e anche il suono della parola suggerisce) con piazza, mercato di cose mangerecce e,
ancora, con l’incontrarsi delle persone, il parlare a voce alta per presentare
la propria mercanzia; un vociare solo apparentemente caotico ma sostanzialmente
funzionale al proprio “prodotto” e, per questo, di un’armonia contemporaneamente
dolce e assordante.
A presto.
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