È una notizia della quale non si parla o se ne parla come di
cosa esterna, estranea, di povera gente che nulla ha a che fare con me. Eppure dicendomi
democratico, antifascista, forse cristiano e pio, di buon cuore, eccetera, questa
notizia dovrebbe costringermi non solo a versare una lacrima, meglio se pubblica
così tutti vedono, ma anche a riflettere su dove stiamo andando.
Siamo a Roma, quartiere Trastevere e precisamente davanti
alla splendida basilica di Santa Maria in Trastevere; come sempre, all’ora di
pranzo, un nutrito numero di senza tetto, di clochard (suona meglio, è più
esotico e ci turba meno), attende in fila il proprio turno per ricevere un
pasto dalla pietà dei volontari della parrocchia. Ma il numero di coloro che
attendono in fila ogni giorno alla “mensa del povero” cresce e a volte capita che
i volontari siano costretti a sospendere momentaneamente la distribuzione e a
pregare gli esclusi di pazientare e di ritornare più tardi per permettere alla
parrocchia di reperire altro cibo e quindi distribuirlo.
Uno di questi assistiti, e forse abituale frequentatore
della mensa, sembra accogliere l’invito a ritornare ma rientra poco dopo armato
di coltello e colpisce due miseri suoi pari anche loro in attesa del proprio turno.
Questa è la notizia.
Non è nemmeno tanto originale il fatto che tra poveracci ci
si accoppi per un tozzo di pane (la scena del film “Il Marchese del Grillo” e
il lancio di monete roventi al popolino e il conseguente parapiglia).
E, oggi, con i tempi che corrono, non è nemmeno tanto originale, ma resta sicuramente becera e
antiumana, la reazione del consigliere pidiellino Marco Palma del XV municipio
di Roma (traggo i virgolettati da “La Repubblica”): “Tutto questo è vergognoso oltre ad essere la testimonianza dello stato
di abbandono della piazza, ancora molto più anni ‘70 di quanto si possa immaginare
… Sarebbe opportuno che la polizia municipale - continua - potesse far
applicare le ordinanze anti degrado e anti alcol, ma non sembra esserci
traccia. Ci sono decine di persone che a ridosso della fontana bivaccano con
bottiglie di birra indisturbatamente e in condizioni di non piena lucidità, in
uno degli scenari più belli di Roma”.
Per costui, il problema non è la fame di alcuni e le cause
di questa fame e chi sono gli affamatori (e fra questi, se non reagiamo, ci
siamo anche noi) ma il degrado della Roma turistica. Non importa sapere, a
questo squallido rappresentante politico, perché quell’uomo, per fortuna
assassino mancato, è accecato dalla fame o dall’odio a causa della fame e di
una vita meno che precaria; gli importa il decoro della piazza. Le risposte che
l’infame pretende dall’ordine costituito non sono per dare soluzione al
problema che un altro uomo, suo simile, ha ma per evitare che si sappia del
problema di quel povero cristo e tutto sia ben ordinato e “civile” e non turbi
le coscienze.
Eppure abbiamo appena celebrato, il 25 aprile, la festa
della liberazione e ci accingiamo a celebrare, il 1° maggio, la festa dei
lavoratori: due date che ci richiamano immediatamente alla civiltà e all’umanità
che dovrebbero già essere il nostro pane quotidiano.
La prima riguarda l’abiura del fascismo e del totalitarismo
per un mondo di uomini eguali, la seconda richiama il lavoro e il diritto al
lavoro ed entrambe le ricorrenze hanno come obiettivo primario la dignità dell’uomo
che non mi pare sia contenuta nell’episodio sopra raccontato.
Ma dove stiamo andando?
In retromarcia.
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