Nel silenzio generale
stiamo assistendo alla manomissione di alcuni importantissimi articoli della
Costituzione. Può un Parlamento di non eletti, ma di “nominati” in base a una
legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta
nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sul
testo fondativo della nostra Repubblica?
di Stefano Rodotà, da Repubblica, 20 giugno 2012
Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza
la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre
l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo
il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno
del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il
Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su
Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte
alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della
forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono
sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla
riflessione configura il delitto di lesa economia.
In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle
forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli
ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non
possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano
condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione
costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una
commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano
essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.
Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo
81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes.
L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la
Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei
governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati
segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama.
Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali,
che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La
Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione
tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte
di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in
cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari
era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così
ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum.
Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata
d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di
sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano
considerate oggi le norme costituzionali. Privati della possibilità di usare il
referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme
per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei
bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che
destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti
sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche
altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate
dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.
L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante
dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene
solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno
alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi
davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà,
dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica
costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che
sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai
decreti scomparissero norme così pericolose.
È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come
quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione
del numero dei parlamentari, modifiche riguardanti l’età per il voto e per
l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda
l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri
del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva.
Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che,
proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su
questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente
dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano
Azzariti, e un documento di Libertà
e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni
generali.
Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti
a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro
sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla
Costituzione? Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di
efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere
riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una
votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di
un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o
eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di
sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla
riforma berlusconiana.
A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il
rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre
dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del
brevissimo periodo. Le riforme costituzionali devono unire e non dividere,
esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini.
Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito
che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente
del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su
farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere,
invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia
costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento
delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio
strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente
della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel
procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento
delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale
dell’equilibrio tra i poteri.
Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi
prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un
altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non
toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con
la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con
l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del
ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi
in discussione.
(20 giugno 2012)