martedì 28 agosto 2012

MARINALEDA E LA SCONFITTA DELLA POVERTÀ


Questa storia si svolge a Marinaleda, un paese andaluso di 2600 anime, posto nel profondo sud della Spagna. Cosa c’entra, vi chiederete, questo paese con i nostri problemi di spread (che dio lo maledica), di crisi, di disoccupazione e di miseria materiale e culturale?
Portate pazienza e ve lo spiego.
Tasso di disoccupazione uguale a zero. Hanno occupato per anni delle terre agricole al grido di “la terra a chi lavora”; hanno creato una cooperativa, la Cooperativa Humar-Marinaleda SCA che, dal 1992, è diventata proprietaria delle terre occupate e lì coltivano fagioli, carciofi, peperoni e producono olio di oliva; per non farsi mancare nulla hanno impiantato una fabbrica di conserve, un mulino, un frantoio, delle serre, delle strutture per l’allevamento del bestiame, un negozio. Tutti, insomma, hanno qualcosa da fare: chi direttamente nella produzione (campi e trasformazione dei prodotti), chi nella vendita, chi nei servizi di pubblica utilità e tutti percepiscono lo stesso stipendio, circa 1.200 euro al mese.
La casa. Vuoi una casa tutta tua, di congrua metratura per la tua famiglia e hai solo a disposizione 15 euro al mese? Ti metti assieme ad altri che hanno il tuo stesso problema, l’amministrazione comunale ti offre la terra che è di sua proprietà, fornisce i materiali per la costruzione delle abitazioni, mette a disposizione alcuni operai edili e con il lavoro e la collaborazione di tutti, interessati compresi, si costruisce la casa. I futuri proprietari si riuniscono, poi, una o due volte al mese per seguire il corso dei lavori o stabilire modifiche ai progetti su carta o, al termine dei lavori, per stabilire la quota mensile da pagare per divenire proprietario della casa che si sta edificando.
La scuola. In questo paese quasi dimenticato da dio, il semianalfabetismo era di casa. Ora, le scuole non mancano più, dalla materna all’istituto superiore, a prezzi assolutamente irrisori basti pensare che il servizio mensa, per ogni ordine e grado di scuola, ha un costo che non supera i 15 euro mensili.
La vita sociale. Le basi della convivenza civile sono l’uguaglianza e la reale partecipazione della popolazione in tutte le decisioni da prendere sia in campo sociale e politico che in campo economico e amministrativo. Il bilancio stesso dell’amministrazione o gli investimenti da programmare vengono discussi con la popolazione, vengono portati per la discussione e l’approvazione nelle varie assemblee di quartiere fino ad arrivare alle assemblee di condominio. Una democrazia così partecipata che non necessita nemmeno della presenza nel paese di forze di polizia. Sul web c’è molto materiale da consultare in merito.
Ora andiamo a conoscere l’artefice di questa “isola di resistenza” alla speculazione, alle banche, alla crisi, alla casta politica, ai guru dell’economia, ai tecnici bocconiani, ai mandrilloni ormai ottuagenari.
È Juan Manuel Sánchez Gordillo, dal 1979 alcalde indiscusso e apprezzato di Marinaleda, già leader del Sindacato dei Lavoratori del Campo (SOC) e del Sindacato Andaluso dei Lavoratori (SAT). La sua autorevolezza, la sua ricerca della giustizia e la sua capacità di rischio hanno lanciato un vero esperimento politico ed economico che si sviluppa nella pratica quotidiana del coinvolgimento reale di tutta la popolazione. 
 
Questa storia mi richiama, in un certo senso, a una concezione della ricchezza e quindi del possesso differente da ciò che ci propone oggi la nostra società malata di affarismo e di prevaricazione: ciò che io possiedo (e non mi riferisco solo alle cose, ma anche alle mie doti, alle mie capacità, alle mie conoscenze) se ce l’ho é perché è dato a tutti, attraverso di me. È il concetto proprio del possesso che cambia l’idea: concepire ciò che si possiede non solo per l’utilità personale, o per il gusto-piacere del possesso proprio, ma un possesso in funzione della totalità e degli altri.
Se si crea questa mentalità, questo modo di agire, é finita la povertà. Questa mi pare sia la morale della reale “favola” di Juan Manuel Sánchez Gordillo.
Grazie a lui e ai suoi compaesani.
 
 
 
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giovedì 23 agosto 2012

(RI)LEGGERE SILONE


Dopo una intensissima e amatissima vacanza sulle alpi assieme ad una marea di amici europei, latinoamericani, messicani e giapponesi in una sorta di antibabele o se vogliamo di pentecoste cristiana contemporanea, sarebbe più naturale riprendere la mia “fatica” di blogger scribacchiando della crisi economica o dell’ILVA o delle sberleccate ai potenti di cui sono campioni, a detta di Famiglia Cristiana, i moderni ciellini guidati dal celeste e indagato Formigoni.
Riprendo non su questi argomenti, questi li lascio per i prossimi giorni, ma su un commento apparso sull’Osservatore Romano di oggi, 23 agosto, a firma di Arturo Colombo riguardante una sintetica rilettura dello scrittore Ignazio Silone che, per noi ultrasessantenni e cattolici, fu, al tempo della contestazione sessantottina che ci vide in prima linea nelle piazze italiane, un autore fondamentale.
Rileggere queste poche righe mi ha ricordato la commozione che mi prendeva, allora, davanti al personaggio di papa Celestino V e come, giovane, mi immedesimavo nel suo dolore, dolore dell’anima e del corpo insieme, o come il senso sociale del mio sessantotto fosse nel riconoscermi, in qualche modo, nei “cafoni” di Fontamara. Vi propongo l’articolo sperando che anche a voi, come già a me, venga la voglia di rileggere (o leggere per la prima volta) Silone.
 
 
Una rilettura di Ignazio Silone
A volte e meglio andarsene
di ARTURO COLOMBO
Non so qual è, oggigiorno, la nomea non solo come scrittore di Ignazio Silone nel mondo della letteratura contemporanea, anche perché sulla sua figura continua a incidere, a pesare, un certo ostracismo politico che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando egli aveva rotto con il partito comunista, e di conseguenza era stato “espulso” da quello che avrebbe considerato non più un organismo politico, ma insieme una scuola, una caserma, addirittura «un’istituzione totalitaria sono sue parole nel senso più completo e genuino della parola», che «impegna interamente chi vi si sottomette».
Da allora, quella durissima esperienza avrebbe segnato quasi ogni pagina, che Silone (1900-1978) non tralascerà di scrivere come testimonianza della sua coerente scelta di vita, decisamente contraria a subire gli obblighi, i veti e gli ostracismi che qualunque potere tendesse a imporre alla sua sete di libertà, di indipendenza. Il che non gli impedirà di mantenere un forte spirito di solidarietà verso i poveri e gli oppressi, cosi come di conservare intatto quel sentimento religioso (o di religiosità) che, giovanissimo, aveva imparato da don Orione. Tanto da sentire il diritto-dovere di confessare più volte: «io sono un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa».
Del resto, spetta a Guido Piovene di aver sostenuto, senza ombra di dubbio, che Silone «è uno spirito religioso», appena finito di leggere L’avventura d’un povero cristiano, uno dei libri-chiave per capire davvero l’originalità e la coerenza di Silone. Eravamo nel 1968, e di volumi indispensabili per intendere le singolari caratteristiche della sua narrativa Silone ne aveva già dato alle stampe più d’uno, da Fontamara (1934) a Pane e vino (1937, poi riveduto anche nel titolo, Vino e pane), a Una manciata di more (1952), a La volpe e le camelie (1960).
Comunque, rispetto a questi romanzi, L’avventura d’un povero cristiano è un’opera notevolmente diversa, non solo perche si sviluppa come un dramma in tre tempi, ma perché pone al centro alcuni personaggi storici, che vivono in un preciso momento, ossia verso la fine del XIII secolo: per l’esattezza nel 1294.
E scomparso Papa Niccolò IV, e solo dopo un lunghissimo conclave viene finalmente eletto il Pietro Angelerio del Morrone, un frate eremita della Maiella, che superando una quantità di esitazioni e dubbi accetta, assume il nome di Celestino V e tenta di imprimere alla Chiesa un rinnovato impegno di fraternità e di pace.
Ma le difficoltà risultano subito molte; anzi, per Papa Celestino sono addirittura troppe. Tant’è vero che nel giro di pochi mesi rassegna le dimissioni (anche se Silone non esita a rifiutare la tesi di Dante, secondo cui quel frate «fece per viltade il gran rifiuto»), e al suo posto verrà scelto il cardinale Benedetto Caetani, assurto al soglio pontificio con il nome di Papa Bonifacio VIII.
Le due personalità non potrebbero essere più diverse: la prima come simbolico esponente di una Chiesa “profetica”, sempre più dedita a perseguire e rendere operante la purezza evangelica, la seconda ossia Papa Caetani convinta nel sostenere una Chiesa che «non può ritirarsi dalla scena politica e rimanere inerte».
Certo, non manca una parte di voluta provocazione in quanto sostiene Silone. Tant’è vero che lui stesso è pronto a ripetere: «ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro», anche se non è del tutto vero questo drastico giudizio siloniano (e basterebbe ricordare altri suoi titoli: penso, per esempio, a La scuola dei dittatori, oppure ai saggi raccolti in Uscita di sicurezza). Tuttavia, quello che rimane costante, non solo nella narrativa di Silone, è il convinto richiamo al mondo dei più umili, dei più poveri, a cominciare dal quel mondo dei «cafoni», di cui sono piene le pagine di Fontamara.
Ma non è tutto, perché anche nei momenti di maggiore difficoltà, nelle situazioni più traumatiche, Silone è convinto che non può non resistere, e persistere, quello straordinario messaggio cristiano, di cui proprio i ceti più umili, più sfruttati e oppressi si sentono decisi portatori, pronti a accogliere «l’umile accettazione del dolore come elemento indissociabile della condizione umana» (sono parole che Silone ha affidato a un articolo, apparso su «La Fiera Letteraria» dell’11 aprile 1954, intitolato Terra di santi e di muratori e dedicato alla sua terra d’Abruzzo, «povera di storia civile» ma fra «le più cristiane d’Italia»).
Solo così, forse, si capisce ancora meglio la forzata scelta dell’esilio, che accompagnerà non poca parte della vita di Silone, e gli detterà queste limpide parole: «bisogna amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignità, è meglio andarsene».
 
 
 
 
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